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Il calcio secondo Pasolini – Introduzione

Tratto da “Il calcio secondo Pasolini” di Valerio Curcio (2018, Aliberti Compagnia Editoriale)

Quello tra Pier Paolo Pasolini e il calcio è un binomio suggestivo. Da un lato, uno sport che oggi rappresenta una delle più fiorenti industrie dell’intrattenimento al mondo: uno spettacolo che, nonostante la sua sempre più sfrenata commercializzazione, continua ancora a emozionare per le storie dei suoi protagonisti e per l’amore tra i tifosi e la loro squadra. Dall’altro, la figura di un intellettuale scomodo per definizione, a cui a oltre quarant’anni dalla morte viene tributato forse il più importante riconoscimento in termini di riabilitazione e di riscoperta artistica, anche in chiave commerciale. Da alcuni anni, infatti, Pasolini ha conquistato la ribalta dei mezzi di comunicazione e delle iniziative di ogni tipo: dai film ai graffiti, dai social network agli aperitivi, dagli spettacoli teatrali alle passeggiate tematiche. Non deve perciò meravigliare che un libro, pur rifiutando le letture semplicistiche che dominano certe narrazioni della sua figura, intenda incentrarsi proprio sul rapporto tra Pasolini e il calcio, un tema di certo considerato secondario nella sua storia e produzione artistica.

In questa riscoperta di Pasolini, il racconto della sua esperienza umana e creativa è stato spesso banalizzato e rapportato semplicemente alla figura del “poeta delle borgate”, dell’intellettuale che ha dato dignità alle periferie urbane vivendole e raccontandole. Diversamente, altri profili importanti della sua poliedrica attività hanno avuto meno appeal: ad esempio il suo ruolo di militante comunista non ortodosso, di critico pungente della società dei consumi e di profondo indagatore dei rapporti tra i gruppi di potere politici e industriali. La stessa società dei consumi contro cui si scagliava, oggi ascesa a livelli allora inimmaginabili, funge da moltiplicatore seriale della sua immagine quasi fosse un brand attraverso una singolare operazione di marketing post mortem che ha già avuto un illustre precedente in Che Guevara.

Di questo, ovviamente, risente anche la narrazione fin troppo stereotipata e spesso mistificata del rapporto tra Pasolini e il gioco del pallone. E da qui nascono la premessa e la motivazione di un libro incentrato su Pasolini e il calcio: proprio perché questo rapporto va ben oltre il flash superficiale che può fornire una sua foto su un campetto in terra battuta, vestito elegante in mezzo ai ragazzini coperti di stracci, o una sua breve citazione sul ruolo liturgico della partita allo stadio nella società contemporanea. Il rapporto di Pasolini con il calcio ha significato invece molto di più: un’immersione completa, autentica, profonda e al tempo stesso caleidoscopica che risulta assai difficile rintracciare anche nel più entusiasta dei calciofili o dei tifosi.

In questo quadro, il criterio di strutturazione del libro si prefigge di ricomporre e restituire il suo approccio multiforme e totalizzante al calcio. Una sorta di mosaico articolato in cinque capitoli dedicati alle diverse ma coesistenti direttrici su cui si è instradato il suo rapporto con il pallone: l’amore mai spento per il Bologna, squadra del cuore fin dai tempi della sua gioventù; l’esperienza da calciatore praticante, dai campetti delle borgate romane fino ai grandi stadi di tutta Italia; la trasposizione del calcio in numerose sue opere, dai racconti ai romanzi; la sua pur sporadica ma intensa attività di giornalista sportivo, dalle cronache di un derby romano a quelle delle Olimpiadi del 1960; infine, la produzione di profondi e originali contributi sul ruolo del calcio nella società contemporanea. E forse l’essenza più originale del rapporto tra Pasolini e il calcio può essere rintracciata proprio nella sua personalissima interpretazione socio-antropologica, in quella sua “linguistica del pallone” in cui il gioco del calcio viene letto come sistema di comunicazione attraverso cui si materializza il “rito sacro” della partita allo stadio, celebrato con la compresenza fisica dei tifosi/fedeli sugli spalti e dei ventidue giocatori/sacerdoti in campo. In definitiva, il calcio inteso come linguaggio universale, come strumento di comunicazione, di scambio, di condivisione: dai campi sterrati delle borgate, fino ai grandi palcoscenici della Serie A.

In foto: Piero Paolo Pasolini e Marino Perani ritratti da Paolo Ferrari nel 1975 durante un’amichevole tra il cast di “Salò” e le vecchie glorie del Bologna che vinse lo Scudetto nel 1964

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