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Tag: assocalciatori

  • Intervista a Simone Perrotta: “Serve il professionismo per il calcio femminile”

    Nell’ambito del Festival del Calcio Solidale avevamo intervistato Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione Italiana Calciatori. Oggi incontriamo Simone Perrotta, rieletto consigliere federale AIC, con il quale abbiamo modo di discutere su alcuni degli argomenti che hanno animato il festival.

    Simone, anche tu, come Tommasi, credi che il calcio della solidarietà e dell’integrazione, così come quello della partecipazione attiva e dell’azionariato diffuso, non abbiano bisogno dell’esposizione mediatica della Serie A?

    Se questo tipo di sport ai media interessa poco, a noi come Assocalciatori interessa molto, perché sappiamo che alla base del calcio ci devono essere dei valori. È vero che dalla punta della piramide, ovvero dal calcio mainstream, vengono trasmessi anche messaggi negativi, ma è un altro discorso. Noi dobbiamo lavorare sulla base, sui bambini, trasmettendo valori come quelli della competizione sana, dell’integrazione. Come AIC siamo molto vicini a questi temi.    

    All’estero ci sono club con molto seguito che sono gestiti direttamente dai tifosi: penso a squadre come il Portsmouth, lo United of Manchester, il Wimbledon e quasi tutte le squadre della Bundesliga. Ci sono inoltre società possedute da piccoli azionisti che hanno scelto modelli economicamente sostenibili, come l’Eibar nella massima serie Spagnola. In Italia queste esperienze stanno trovando terreno abbastanza fertile nel dilettantismo, ma stentano ad affermarsi nel cosiddetto calcio che conta. Perché secondo te?

    Fa comodo che il potere sia concentrato in un’unica persona. Questo discorso va di pari passo a quello sul perché in Italia non si riescono a fare progetti sportivi a lungo termine. I presidenti vogliono i soldi oggi, anzi li “vogliono ieri”, e pensano solo al presente. Onestamente i modelli di gestione di cui parli tu li vedo difficili da realizzare qui in Italia, almeno al momento, perché qui l’imperativo è quello di vincere subito e quindi i progetti che partono dal basso non hanno né tempo né risorse per lavorare in un certo modo. Deve prima cambiare la cultura sportiva e il modo di intendere il calcio.

    Quali provvedimenti vanno presi per debellare il calcio-scommesse?

    È un tema molto delicato, perché soprattutto nelle serie inferiori ci sono realtà in cui i compensi sono minimi o nulli. In queste crepe di malagestione si infiltrano società che non stenterei a definire mafiose, che vanno a corrompere i ragazzi per fargli fare quello che leggiamo spesso sui giornali. Si torna al discorso di prima: ci vuole un’etica sportiva che contribuisca a diminuire queste pratiche ed è per questo che lavoriamo alla base della piramide.

    È assurdo che le calciatrici in Italia non possano accedere al professionismo e debbano per forza fare un secondo lavoro: come si risolve questa situazione? 

    Rendendole professioniste
    . Facendo una lega femminile che non sia sotto il controllo della Lega Nazionale Dilettanti. In paesi a noi vicini il calcio femminile è molto avanti, mentre noi siamo un po’ indietro, anche se lentamente pure il nostro movimento sta crescendo. Ma anche le altre istituzioni devono avere questo desiderio di far crescere il calcio femminile.

    Due cose che importeresti dai campionati esteri e due cose che esporteresti.

    Non credo che si possa importare quello che vorrei vedere, cioè gli stadi pieni della Germania e dell’Inghilterra, oltre al tifo che è sempre a favore e quasi mai contro. Da esportare noi abbiamo la passione dei tifosi, soprattutto nei paesi in cui la cultura calcistica è meno forte. Sulla seconda cosa da esportare, se escludiamo i calciatori, onestamente non saprei….

    Tommasi ha risposto la cultura del bello, in campo come nelle arti.

    Ah, ma così non vale! Ha messo i calciatori, ha fatto il paraculo! Allora, mi associo a lui.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 31 maggio 2016

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  • Intervista a Damiano Tommasi: “Ecco i miei primi passi per il nuovo mandato in AssoCalciatori”

    Nella cornice del Calcio Solidale inFest abbiamo incontrato Damiano Tommasi, ospite dell’incontro “L’altro calcio – Storie di sogni, di vita e di fatica” in veste di presidente dell’Associazione Italiana Calciatori.

    Partiamo dal Festival del Calcio Solidale, a cui hai preso parte. Questa iniziativa coinvolge realtà mosse da valori di solidarietà, senso della comunità, partecipazione attiva. Pare, a mio avviso, che ai media mainstream questo lato del calcio interessi poco. È così?

    Questo tipo di calcio non ha bisogno della visibilità e della spregiudicatezza mediatica del calcio della Champions League o della nazionale. È un modo di vivere lo sport tanto diffuso quanto contagioso, perciò penso che si debba sviluppare a livello locale, per non dire porta a porta, agendo anche e soprattutto sui genitori dei bambini che praticano il calcio.

    Sei stato da poco rieletto presidente dell’Associazione Italiana Calciatori: quali sono i principali obiettivi per questi ulteriori quattro anni di mandato?

    In primis quello di rendere consapevole la categoria di avere un ruolo all’interno delle istituzioni federali. Poi quello di raggiungere una maggiore stabilità contrattuale nelle categorie inferiori. Infine, va affrontato il problema della violenza sui calciatori, che ha luogo in tutte le categorie del calcio italiano. Il 70% delle aggressioni provengono dai propri tifosi: è un modo malato di vivere il tifo. In Italia si è presa l’abitudine di considerarlo un effetto collaterale del calcio, ma, nei paesi calcisticamente evoluti, questi episodi vengono considerati delle eccezioni.

    Facciamo un gioco: due cose che importeresti dai campionati esteri e due cose che importeresti.

    Importerei la capacità di vivere il calcio con semplicità e con gioia, cosa che ho vissuto soprattutto in Spagna durante la mia esperienza al Levante. Poi importerei la convinzione che il futuro è migliore del presente, che ho percepito in Cina. Esporterei la cultura del bello e la passione per le arti – anche calcistiche – che abbiamo e che in altri paesi non è così evidente. Il nostro essere artisti anche in campo credo che sia una cosa da esportare e con cui contagiare paesi un po’ più freddi.

    Sette anni fa sei stato il primo calciatore italiano a giocare nel campionato professionistico cinese. Da allora in Cina è già cambiato tutto: come vedi il calcio cinese fra altri sette anni?

    Sicuramente in crescita ancora più esponenziale. Ma la storia non si insegna a comando, quindi anche la tradizione calcistica cinese deve crescere in tutte le sue sfaccettature, a cominciare banalmente anche dai giornalisti: se c’è competenza calcistica cresce tutto il movimento, se manca è tutto rallentato. Questo sarà il futuro del calcio cinese: grandi investimenti per crescere soprattutto dietro le quinte. Infatti per quanto riguarda le strutture e altri aspetti più appariscenti, in Cina già sono alla pari dei paesi calcisticamente evoluti, perché per realizzarle non serve né la tradizione né la vena artistica che abbiamo nel nostro calcio.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 28 maggio 2016

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