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Tag: 2017

  • Celtic, 50 anni fa la coppa dei ‘Lisbon Lions’

    GLASGOW –  Fanno festa oggi i biancoverdi di Glasgow. Il 25 maggio 1967 il Celtic sconfisse l’Inter di Helenio Herrera in finale di Coppa dei Campioni all’Estádio Nacional di Lisbona, di fronte a 56 mila spettatori. Quella squadra, formata da solo giocatori scozzesi cresciuti nel vivaio del Celtic, rimase nella storia col nome di ‘Lisbon Lions’, i leoni di Lisbona. 

    LA PARTITA – Dopo soli 7 minuti, Sandro Mazzola trasformò il rigore in favore dell’Inter, che partiva favorita.  Tuttavia il gioco offensivo del Celtic ebbe la meglio sul catenaccio di Herrera. Al 62′ Tommy Gemmell segnò il pari da fuori area e la partita si decise al minuto 85 con un rocambolesco goal firmato da Steve Chalmers.

    IL ‘QUADRUPLE’ – Il Celtic chiuse quella stagione in maniera irripetibile: vinsero anche campionato, coppa nazionale e coppa di lega. Non è un caso che quest’anno, a 50 anni dalla finale di Lisbona, gli scozzesi abbiano dedicato la nuova maglia alla celebrazione dell’anniversario.

    Pubblicato su CorriereDelloSport.it il 25 maggio 2017

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  • Perché il calcio italiano ha bisogno delle “Safe-Standing Areas”

    Tolte le barriere al centro delle curve, Roma guarda all’Europa per diventare una città più a misura di tifoso. Nei giorni scorsi il presidente della Commissione Sport del Comune, Angelo Diario, ha dichiarato che si sta lavorando affinché nelle curve dell’Olimpico si realizzino delle aree pensate per chi vuole assistere in piedi alla partita (cosa che avviene da sempre, ma calpestando i seggiolini). All’estero si chiamano safe-standing areas e sono la versione moderna delle gradinate di una volta. In Germania sono in quasi tutti gli stadi, così come altrove in Europa, e stanno tornando anche nel Regno Unito.

    IL DECRETO CHE VIETA I POSTI IN PIEDI

    Purtroppo, al di là dei buoni propositi di amministrazioni locali e club calcistici, l’ostacolo sembrerebbe essere a monte. C’è infatti un decreto del Ministero dell’Interno (Art. 6, D.M. 18/3/1996) che tra le altre cose regolamenta i posti in piedi negli stadi italiani: gli impianti calcistici non sono contemplati tra quelli che possono avere standing areas.

    Lo stesso Diario è cosciente del problema e vorrebbe risolverlo: «L’amministrazione non può scavalcare il decreto ministeriale. A metà maggio la Commissione Sport da me presieduta, come ha fatto per le barriere, metterà attorno a un tavolo i soggetti interessati: CONI, FIGC, Comune, commissione parlamentare Sport e Cultura e, auspicabilmente, anche club e rappresentanti dei tifosi. Inoltre, in vista dell’appuntamento il CONI sta preparando un approfondimento normativo per capire se basta una modifica o va riscritto l’intero decreto».

    I TRE TIPI DI STANDING AREA

    Quando si parla di settori per stare in piedi, va considerato che la UEFA impone che nelle competizioni europee gli impianti abbiano solo posti a sedere. Quindi le standing areas devono potersi facilmente trasformare in settori con seggiolini, e viceversa. A seconda del modo in avviene questa sorta di metamorfosi, se ne possono distinguere tre tipi.

    1) Rail seats

    Sono i seggiolini adottati dal Celtic FC per la sua nuova standing area. Sono pieghevoli (come le sedie del cinema) e prevedono una ringhiera per fila, o al massimo una ogni due. Ogni seggiolino è dotato di una serratura che lo blocca in posizione chiusa: prima delle competizioni UEFA, il personale dello stadio provvede a sbloccare tutti i posti a sedere.

    2) Bolt-on seats

    Non tutti sanno che una delle curve più famose d’Europa, la Südtribüne del Borussia Dortmund, è un’enorme standing area da quasi 25 mila posti in piedi. La parte alta presenta seggiolini di tipo rail, mentre nella parte bassa sono di tipo bolt-on. I posti a sedere di questo tipo sono del tutto smontabili e vengono portati via dopo le partite europee, lasciando spazio alla più classica delle terraces a gradoni.

    3) Fold-away seats

    Compongono la standing area che ospita i tifosi del Bayern Monaco all’Allianz Arena. I posti a sedere si piegano interamente verso il basso e vanno a finire sotto ai piedi del tifoso, trasformandosi in una pedana calpestabile. Questo tipo di seggiolini dà luogo a una vera e propria gradinata, con ringhiere intervallate che possono essere più o meno fitte.

    Se da un lato i bolt-on seats, quelli removibili, rappresentano una soluzione un po’ antiquata e costringono ogni volta a smontare manualmente migliaia di seggiolini, dall’altro i rail seats comportano l’installazione di una ringhiera per fila e limitano molto la libertà di movimento, cosa che in tempi di lotta alle barriere può sembrare un po’ paradossale. I fold-away seats, almeno nell’opinione di chi scrive, sono quelli che più si adatterebbero alle curve italiane, perché una volta chiusi lasciano spazio a una gradinata vecchio stampo e molto aperta, garantendo al contempo la sicurezza di chi la frequenta.

    La TV dei tifosi dell’Everton ha visitato la safe-standing area del Borussia Dortmund

    PERCHÉ CE N’È BISOGNO?

    Veniamo al punto centrale della questione. Se da un lato le istituzioni sembrerebbero intenzionate ad avviare un dibattito pubblico sulle standing areas, lo stesso non si può per ciò che hanno espresso fino ad oggi le tifoserie. Tra i tifosi italiani è tacitamente diffuso un ragionamento molto logico: se nelle curve già si sta in piedi, perché mai dovremmo volere una standing area?

    Ci sono però almeno quattro motivi per iniziare quantomeno a parlarne.

    1) Aumenta la sicurezza.

    Chi, esultando al goal della propria squadra, si è fatto quattro file per poi atterrare di stinco sullo schienale di un seggiolino, può capire. Questa è la vera safety, non quella delle barriere al centro delle curve.

    2) Sono una garanzia per il futuro.

    Vi ricordate tamburi e megafoni? Nulla toglie che un giorno qualcuno vieti anche l’innocua prassi di guardare la partita in piedi. Chiedetelo ai tifosi del West Ham alle prese col nuovo stadio.

    3) Aumenta la capienza degli impianti.

    Basta un esempio: in Champions lo stadio del Borussia Dortmund ospita circa 66 mila tifosi. Per la Bundesliga, quando i posti a sedere in curva vengono smontati, la capienza raggiunge le 81 mila unità. Se aumenta la capienza delle curve, aumenta pure lo spettacolo sugli spalti, e la tv potrebbe addirittura ricominciare a inquadrarli.

    4) Si abbassano i prezzi.

    Sveliamo uno dei segreti del tanto decantato modello tedesco: allo stadio l’offerta è diversificata a seconda dei diversi target di tifoso. A Monaco un biglietto in curva per la Bundesliga costa 16 euro, l’abbonamento 140. I settori popolari sono davvero popolari e vengono compensati dalla capienza maggiore e dai servizi “vip” in tribuna. Così si riempiono gli stadi. È il marketing, bellezza!

    CONCLUSIONI

    L’auspicato percorso di rinascita del calcio italiano dovrebbe passare anche dalle standing areas, perché la vivibilità e la fruibilità degli stadi sono ai minimi storici e l’Olimpico di Roma ne è un esempio. È d’accordo Lorenzo Contucci, avvocato da sempre attento alle questioni relative al mondo del tifo: «Trovo paradossale che in Italia chi vuole stare in piedi sia costretto a farlo su posti pensati per far stare le persone sedute. Per tornare a riempire gli stadi bisogna diversificare i settori a seconda del tipo di tifoso: le standing areas sarebbero un passo avanti in questa direzione».

    Forse per la prima volta in Italia il dibattito pubblico in favore di un tema che dovrebbe essere caro ai tifosi viene innescato dalle istituzioni. E non è detto che sia una cosa negativa, anzi, magari accadesse più spesso. Ciò che manca, però, è la voce dei tifosi di tutta Italia, anche perché – nonostante la scelta illuminata di rimuovere le barriere a Roma – non è affatto detto che al Ministero dell’Interno piaccia l’idea di cambiare le norme sui posti in piedi. Le standing areas sarebbero una garanzia contro la barriera più pericolosa, cioè quella economica. L’aumento dei prezzi dello stadio è purtroppo già una realtà, ma con il lento migliorare degli impianti il fantasma del caro-biglietti si farà sempre più incombente.

    In copertina: “Looking up” di Stuart Roy Clarke
    (Tifosi del Sunderland nel 1996 a Roker Park)

    Pubblicato su Gioco Pulito il 4 aprile 2017

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  • La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

    20 mila euro da raccogliere in due mesi. È questo l’obiettivo della campagna di crowdfunding lanciata dal Carpi FC e dalla piattaforma Tifosy per finanziare la prima fanzone della squadra emiliana. Tifosi e simpatizzanti biancorossi potranno contribuire alla creazione dello spazio polifunzionale fino al 19 maggio donando da pochi spicci a centinaia di euro, e ricevendo in cambio materiale autografato e altri riconoscimenti.

    Nelle intenzioni del club la zona dedicata ai tifosi sarà realizzata sotto al settore Distinti dello stadio Cabassi e sarà un punto di ritrovo per i tifosi prima e dopo le partite, uno spazio di socialità e svago grazie a divani, tavoli, videogiochi, biliardini e attività per i bambini. Ogni tanto sarà anche possibile incontrarvi qualche giocatore della prima squadra, che magari accetterà una sfida alla Play.

    A pochi giorni dal lancio, avvenuto il 17 marzo, l’iniziativa ha già raccolto più di un quarto dei fondi necessari, anche grazie al contributo iniziale di mille euro da parte dal club. Come tutte le campagne di crowdfunding che si rispettino, anche questa prevede la gestione trasparente dei fondi: il Carpi ha infatti già dichiarato come saranno ripartiti i costi tra costruzione della struttura, arredi, impianto elettrico e altre necessità.

    I riconoscimenti per i donatori cambiano ovviamente a seconda dell’entità della donazione. Si va dai ringraziamenti pubblici per i contributi di poche decine di euro, alle divise autografate, fino a formule che comprendono anche l’abbonamento per la prossima stagione. I fanfunders avranno anche l’opportunità di aggiudicarsi una delle maglie speciali indossate dai calciatori durante Carpi-Spal, che recano sul retro la scritta #FanZoneBiancoRossa.

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    La campagna si colloca nel progetto di collaborazione tra la Lega B e Tifosy, azienda inglese specializzata nei crowdfunding in ambito calcistico. Tra i progetti finanziati in passato con questa pratica, risaltano senza dubbio il Museo Crociato del Parma (170 mila euro raccolti) e gli impianti sportivi per il settore giovanile del Portsmouth (270 mila sterline).

    «Grazie alla partnership stretta da Lega B con Tifosy, siamo la prima società della Serie B ad avviare una campagna di fanfunding» ha commentato Simone Palmieri, responsabile marketing del Carpi, che ha definito la fanzone «uno spazio da vivere insieme, per accorciare ancora le distanze tra il club e la sua gente».

    Nicola Verdun, business director di Tifosy, commenta così l’iniziativa: «Il Carpi ha capito il valore del fanfunding: volevano coinvolgere maggiormente i tifosi. Stiamo discutendo con altre squadre italiane nuove campagne da avviare in futuro. Il percorso di preparazione è di solito abbastanza lungo, perché vogliamo assicurarci che il crowdfunding riesca al 99%. Il lavoro per questo progetto, ad esempio, è partito otto mesi fa: c’è sempre un periodo di analisi approfondita che precede il lancio di ogni campagna».

    Il Carpi è dunque il primo club italiano di alto livello che lancia una campagna di crowdfunding. Visti i tempi di stenti economici per i club italiani, è probabile che tale pratica si diffonderà molto nei prossimi anni. L’auspicio è che non perda la sua natura partecipativa e comunitaria, che non diventi cioè uno strumento usato dai presidenti per spremere i tifosi, sempre pronti ad aiutare il club. Chiedere soldi ai tifosi è una cosa che va fatta con parsimonia e per progetti speciali, come quelli che li coinvolgono direttamente i (come appunto una fanzone), quelli che danno i propri effetti a lungo termine (come un settore giovanile) e quelli che valorizzano la cultura sportiva di un club (come un museo). O quelli così costosi da essere difficilmente irraggiungibili.

    C’è un altro dubbio all’orizzonte. Finché si finanzieranno zone dedicate alla tifoseria, progetti culturali, centri sportivi e zone dello stadio saremo tutti d’accordo. Ma il crowdfunding potrebbe anche essere (mal)interpretato per spese arbitrarie e dagli effetti a breve termine. Ad esempio, quando qualche istrionico patron proporrà il crowdfunding per comprare un giocatore – e quel momento sapete che arriverà –  come reagiremo?

    Per ora la garanzia sulla qualità dei progetti è certificata da Tifosy, che valuta ogni proposta e dice di sì solo a interlocutori credibili e con i conti a posto. Ad oggi dunque, senza creare allarmismo, possiamo constatare che il progetto del Carpi è un buon inizio. Speriamo che faccia da apristrada.

    Per partecipare, basta andare su tifosy.com/carpi.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 20 marzo 2017

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  • MLS: i tifosi di Vancouver interrompono le trasferte negli USA in protesta contro Muslim Ban

    La tifoseria organizzata della squadra canadese Vancouver Whitecaps ha annullato la tradizionale trasferta a Portland, negli Stati Uniti, per tre partite amichevoli di pre-campionato. La scelta è dovuta alla recente pubblicazione dei divieti rinominati Muslim Ban, che vietano per tre mesi l’accesso negli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana. Il direttivo dei Southsiders, principale gruppo di tifosi della squadra canadese, ha dichiarato che alcuni dei circa 700 iscritti al gruppo sono direttamente colpiti dalle nuove misure volute da Donald Trump e non possono dunque accedere al suolo statunitense.

    I Southsiders non hanno ancora rilasciato comunicati ufficiali dopo che domenica 5 febbraio il giudice dello stato di Washington ha per ora sospeso il divieto di accesso a chi proviene dai sette paesi in lista. Il Dipartimento di Giustizia del governo statunitense ha presentato ricorso urgente, bocciato dalla Corte di Appello, che ha chiesto alle due parti di presentare più elementi. Nella notte italiana tra lunedì e martedì potrebbero esserci sviluppi, ma la vicenda rischia di protrarsi per molto tempo e arrivare alla Corte Suprema. Per ora, il divieto di accesso ai cittadini dei sette paesi musulmani non è attivo, ma non è detto che non vi siano ulteriori ribaltamenti di fronte prima delle partite, previste per 9, 12 e 15 febbraio.

    «Non possiamo renderci responsabili di organizzare eventi che potenzialmente escludono alcuni dei nostri membri, al di là di quale sia il numero degli iscritti colpiti dai divieti – hanno comunicato i tifosi con una nota diffusa il 31 gennaioIl nostro gruppo si fonda sui principi di inclusività, accoglienza e rispetto per chiunque abbia deciso di stare assieme a noi. Sin dai primi giorni abbiamo lottato a favore dell’uguaglianza e contro razzismo e intolleranza».

    «Non chiediamo ai nostri membri di boicottare la trasferta, ognuno farà la sua scelta – continua il comunicato – la nostra unica richiesta per chi andrà è quella di lasciare la sciarpa dei Southsiders a casa, come segno di rispetto per i membri che non possono attraversare il confine con la stessa facilità e libertà personale».

    Da quando sono entrati a far parte della Major League Soccer nel 2011, i Vancouver Whitecaps hanno sempre portato un gran numero di tifosi a Portland e Seattle. Le tre città vivono infatti una particolare tripla rivalità, che si esplica soprattutto nella Cascadia Cup: una competizione parallela alla MLS nella quale si calcolano solo i punti delle partite di regular season giocate tra le tre squadre del North-West.

    I Southsiders, fondati nel 1999, sono conosciuti per essere tra i gruppi più calorosi e rumorosi della MLS. Celebri per le loro “sciarpate”, si fanno riconoscere anche per il colorato corteo che da un pub si reca allo stadio prima di ogni partita. «Cerchiamo di tenere fuori i temi politici – ha dichiarato alla stampa il presidente del gruppo Peter Czimmermannma siamo quasi una famiglia e non organizzeremo un viaggio in cui qualcuno di noi resta escluso».

    Anche e se i divieti dovessero rimanere bloccati, è probabile che il gruppo non organizzi la trasferta per via del poco tempo a disposizione. Intanto la regular season si avvicina: l’edizione 2017 della Major League Soccer comincerà il 3 marzo e non è ancora chiaro se le restrizioni volute da Trump saranno attive fra un mese. Quel che è certo, però, è che dal Canada i Southsiders non si muoveranno senza la certezza di non dover lasciare a casa nessuno.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 6 febbraio 2017

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  • Alla scoperta dei “Sons of Ben”, i tifosi del Philadelphia Union nati prima della loro squadra

    I figli di Benjamn Franklin. Così si fanno chiamare i membri della tifoseria organizzata del Philadelphia Union, gruppo fondato nel gennaio 2007 che in questi giorni festeggia la prima decade di attività. I Sons of Ben anno una particolarità: sono nati due anni prima che la loro squadra facesse il suo debutto ufficiale.

    È un caso strano, possibile solo in un paese in cui il pallone non è mai andato di moda e in cui molte città sono abituate a non vedersi rappresentate nel calcio che conta. «Se non fosse stato per i Sons of Ben, il Philadelphia Union non esisterebbe». A dirlo è Tim Sosar, vice-presidente del gruppo ispirato a uno dei padri della patria statunitense, che mi racconta la loro storia: «Siamo nati nel 2007 con lo scopo di dimostrare alla MLS che nell’area metropolitana di Philadelphia c’era voglia di calcio, ma soprattutto il desiderio di una squadra che ci rappresentasse».

    Detto fatto: gli iscritti ai Sons of Ben sono divenuti migliaia, facendo drizzare le antenne dei vertici della MLS e degli investitori. Certo, chiedere che venga fondato un club è un qualcosa a cui in Europa non siamo molto abituati. Quando qualcuno ha avvertito la necessità di creare (o ri-creare) una squadra di calcio, si è dato da fare per farlo con le proprie mani. Numerose squadre fondate e gestite dai tifosi, United of Manchester e AFC Wimbledon per citare le più famose, rappresentano ormai un modello per qualsiasi gruppo che lamentasse la mancanza di un club di calcio.

    Ma nella terra del dollaro si ragiona diversamente e il primo passo è stato quello di dimostrare che c’era un nutrito gruppo di persone pronte a giurare fedeltà a un nuovo club. Insomma, far vedere che c’era la domanda e mancava totalmente l’offerta, servendo su un piatto d’argento un’importante occasione di business a chi fosse stato pronto ad investirci. E così è stato.

    A partire dal nome del gruppo dei suoi proto-tifosi, il Philadelphia Union si è caratterizzato per un’identità che travalica i confini della città in cui furono redatte la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione americana. «Come i Philadelphia 76ers – spiega Tim – l’Union ha puntato molto sulla storia della città e sul suo ruolo nel processo di formazione degli Stati Uniti».

    Il nome del club, scelto dai tifosi con una votazione, è un esplicito richiamo all’unione delle Tredici Colonie, così come i colori sono quelli dell’Esercito Continentale, che si oppose a quello inglese durante la Rivoluzione americana.

    Oltre a tredici stelle, nello stemma appare un serpente. È un riferimento a una delle più celebri caricature politiche di Benjamin Franklin, uscita con un suo editoriale sulla Pennsylvania Gazette nel 1754. Franklin esortava le colonie ad un maggiore spirito di unione: nella caricatura la scritta «JOIN, or DIE» era accompagnata da un serpente morto tagliato in tredici pezzi. La stessa frase è stata poi resa il motto ufficiale del Philadelphia Union: «Jungite aut Perite».

    I Sons of Ben occupano un settore dello stadio interamente dedicato a loro, chiamato The River End. Oltre ad aver scelto il nome, hanno contribuito a progettarlo, esortando la dirigenza ad allestire una standing area e postazioni apposite per chi lancia i cori, dove è permesso accendere fumogeni senza incorrere in sanzioni. Chiedo a Tim se la crescita della MLS sta andando di pari passo con l’allontanamento dei tifosi che praticano uno stile ultras di derivazione europea, ad esempio facendo uso di materiale pirotecnico e usando un linguaggio offensivo nei cori: «Ci sono regole come il divieto di usare torce che apparentemente dovrebbero scoraggiare gli “ultras”, il cui comportamento a volte può creare problemi. Ma credo anche che le autorità capiscano che c’è spazio per un po’ di questi comportamenti e provino a cercare dei compromessi. Ad esempio il club ha collaborato con noi e i vigili del fuoco per farci ottenere il permesso di usare fumogeni. Penso che la maggioranza dei tifosi rispettino le regole del club finché le regole stesse e la filosofia che vi è dietro sono trasparenti. Inoltre, rispetto a ciò che ho visto in altri paesi, credo che i tifosi americani siano un po’ più rispettosi verso i giocatori e i tifosi avversari».

    Mi dice Tim che il calcio non è nemmeno vicino a superare il football americano in quanto a interesse, ma arriverà il giorno in cui sarà uno degli sport più seguiti negli Stati Uniti. Come sport praticato, invece, la storia è diversa: molti genitori iniziano a preferire che i figli giochino a soccer piuttosto che a football, a causa della crescente preoccupazione riguardo le commozioni cerebrali provocate da quest’ultimo. «Quando ero bambino nella mia zona non c’era interesse verso il calcio – continua Tim – ma ora sì e non accenna a diminuire. Questo è un segno innegabile che i due sport sono quantomeno destinati a coesistere».

    Ma le differenze tra America ed Europa sono ancora grandi, dettate anche da fattori culturali: «Credo che i nordamericani non abbiano ancora compreso quanto il calcio sia una scelta di vita per gli europei, siano essi tifosi o giovani calciatori. Qui in America incoraggiamo i bambini a diversificare gli interessi, di conseguenza il coinvolgimento viene spartito in più attività. Questo potrebbe cambiare con le nuove generazioni che cresceranno con un club di MLS in città e una nazionale femminile di livello mondiale, ma siamo ancora agli inizi. Non è necessariamente una cosa negativa, è solo una fase che il calcio dovrà attraversare crescendo».

    Pubblicato su Gioco Pulito il 2 febbraio 2017

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  • Allo stadio negli States: a tu per tu con i Dallas Beer Guardians

    Incuriosito dal mondo dei tifosi di calcio nordamericani, ho deciso di contattare alcuni gruppi organizzati, per tentare di conoscere similitudini e differenze rispetto all’universo dei tifosi europei. I primi a rispondermi sono i Dallas Beer Guardians, un gruppo di supporters del Dallas FC che dal 2011 cantano e tifano seguendo un motto latino da loro coniato: Sanguinem, sudorem et cervisae. Sangue, sudore e birra, che segnala l’impegno profuso dai membri del gruppo per sostenere la squadra con cori e bandiere, ma anche la loro dedizione al luppolo. Ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con la loro presidente Bailey Brown. Proprio così: il gruppo ha un presidente ed è donna.

    Bailey mi descrive uno scenario molto diverso da quello europeo: «Negli Stati Uniti la maggior parte dei gruppi di tifosi sono delle organizzazioni no-profit registrate ufficialmente, che rispondono alle leggi locali ed eleggono i propri rappresentanti». In Italia abbiamo i cosiddetti club di tifosi, che sono spesso registrati come associazioni senza scopo di lucro e siedono in tribuna, ma raramente sostengono attivamente la squadra tifando, cantando e sventolando bandiere. I gruppi statunitensi sono invece la parte più calda della tifoseria. Ma più che un gruppo di tifosi, Bailey Brown definisce i Dallas Beer Guardians una famiglia. Anzi, una beer family.

    Come prima presidente donna del gruppo, sa di rappresentare il calcio americano che cambia, e con esso il suo bacino di tifosi: «Nei DBG le donne hanno gli stessi ruoli che gli uomini. Anzi, a volte è capitato che i tre lancia-cori fossero tutte ragazze. Sugli spalti del Toyota Stadium gli episodi di discriminazione sessista sono rari e sento che se avvenissero la gente non starebbe lì a guardare, perché siamo una comunità molto inclusiva e ci impegniamo perché sia così. A volte si avverte un sessismo sottile, quando ad esempio ti chiedono: “Sei venuta allo stadio col tuo ragazzo?”, ma credo che stia diminuendo. Noi donne in MLS siamo ancora una minoranza, è vero, ma sogno che un giorno la metà dei membri del nostro gruppo sia di sesso femminile».

    Mi spiega che quella da lei presieduta è un’organizzazione indipendente dal club e totalmente autofinanziata. Questo non significa che non ci sia collaborazione con la società: «Ci dobbiamo recare da loro per farci approvare striscioni e coreografie, organizzare cori con tutto lo stadio e chiedere il permesso di entrare in campo dopo la partita». Ma è anche il club a dover chiedere il permesso ai tifosi, ad esempio quando vogliono esporre il Supporters Shield in qualche evento: «Il Supporters Shield è un trofeo assegnato alla squadra che arriva prima a fine campionato, cioè prima dei play-off che ne decretano il vincitore. L’anno scorso il Dallas FC è arrivato primo, ma è poi uscito ai play-off contro i Seattle Sounders. Il premio è intitolato e assegnato fisicamente ai tifosi come segno di riconoscimento per il loro impegno. Al momento è a casa mia».

    I Dallas Beer Guardians si recano nei dintorni dello stadio tre-quattro ore prima del fischio d’inizio e danno vita al tailgate party: la particolare usanza nordamericana di animare i parcheggi degli stadi con grigliate, bevande alcoliche e musica, utilizzando come epicentro il bagagliaio – tailgate, appunto – di uno o più veicoli. «Nel prepartita l’allenatore e il direttore tecnico passano al parcheggio per fare due chiacchiere con noi e ricordarci quanto apprezzano il nostro sostegno», racconta Bailey. «Una volta entrati dentro stiamo in piedi, cantiamo e sventoliamo le bandiere per 90 minuti. Poi torniamo alla zona del tailgate per il post-partita».

    Le chiedo se ha riscontrato dei problemi diffusi in tutti gli Stati Uniti riguardanti il tifo, per i quali tifosi di MLS si possano attivare tutti insieme. Mi risponde che, secondo lei, le istanze sono più locali che nazionali: «Le leggi locali sono differenti, così come prezzi e regolamenti degli stadi, e ogni club ha il suo front-office che può essere più o meno collaborativo. Tuttavia ogni anno ci riuniamo con molte altre tifoserie nell’Independent Supporters Council, un organismo di coordinamento molto utile anche quando bisogna affrontare i problemi collettivamente».

    Sul loro sito ho letto che una coreografia da loro realizzata è detenuta dalla polizia. Le chiedo spiegazioni, aspettandomi di ascoltare storie già sentite: sequestrata perché non rispettava gli standard di sicurezza, perché non autorizzata o perché lanciava un messaggio non gradito. E invece mi coglie di sorpresa: «Il 7 luglio scorso a Dallas una persona ha ucciso cinque poliziotti che stavano facendo i volontari per proteggere dei manifestanti. La tragedia ci ha riguardato da vicino perché uno di loro era anche un collega di uno dei nostri membri. Abbiamo allora dipinto un grande stendardo in loro onore e dopo averlo esposto lo abbiamo regalato alla polizia di Dallas».

    Infine, le chiedo cosa possono imparare le tifoserie europee da quelle nordamericane, e viceversa: «Noi facciamo nostri cori e i modi di fare le coreografie. Ci ispiriamo sempre ai tifosi di ogni parte del mondo, adattando sempre il tutto alla nostra cultura. Ho difficoltà a dire cosa potrebbero imparare loro da noi, perché non so come si organizzano i gruppi in Europa. Una cosa che amo delle tifoserie americane è il grande impegno sociale in numerosi campi. Noi ad esempio organizziamo spesso raccolte di materiale tecnico per bambini in difficoltà, lavoriamo nei centri sociali, diamo una mano alle fattorie urbane… Fare attività benefiche fuori dallo stadio rende davvero i gruppi delle famiglie, delle comunità in cui ognuno dipende dall’altro».

    Pubblicato su Gioco Pulito il 26 gennaio 2017

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