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  • Conversando con Dacia Maraini – Il calcio secondo Pasolini

    Intervista di Valerio Curcio a Dacia Maraini pubblicata in appendice a “Il calcio secondo Pasolini”, 2018, Aliberti Compagnia Editoriale

    Dacia Maraini è un’attenta osservatrice della nostra società e dei cambiamenti culturali che l’hanno caratterizzata nel tempo. APier Paolo Pasolini è stata legata non solo da una convinta vicinanza professionale tra intellettuali, ma soprattutto da uno stretto vincolo di amicizia e da una profonda condivisione di ideali e di vedute sulla vita e sulla società: come emerge da questa breve conversazione con l’autore del libro, in cui è stata “costretta” a parlare di calcio, pur se dal punto di vista biografico e artistico di Pasolini.

    Quanto contava il calcio nella quotidianità di Pasolini?

    Contava molto, non tanto nel senso del tifo, ma come gioco, anche erotico. Il suo modo di mettersi alla pari con i ragazzi di vita, il suo modo di immergersi nella gioia del moto e dello svago. Ricordo che una volta l’abbiamo perso di vista durante uno dei tanti viaggi in Africa e l’abbiamo cercato dappertutto senza trovarlo. Eravamo preoccupati. Poi improvvisamente, l’abbiamo visto in riva al mare che giocava a calcio con una banda di adolescenti. Era bravissimo e infilava un gol dietro l’altro. Era chiaro che quei ragazzi lo ammiravano e ne erano affascinati, pur non sapendo che era un famoso scrittore e un famoso regista. Ancora ricordo la sua felicità, il suo impegno, la sua gioia nel correre in mezzo alle dune. Si capiva che si sentiva finalmente libero dalla sua maschera sociale, dagli impegni pubblici e dai pettegolezzi di chi lo guardava con sospetto.

    Franco Citti ha raccontato che «dopo le partite, si ammusoniva di nuovo. Era come se all’improvviso cadesse un velo su tutto».

    Secondo me Pier Paolo andava avanti con la testa rivolta indietro. Inseguiva un sé stesso bambino che scappava. Quando giocava, quel bambino prendeva corpo assieme al pallone; quando finiva di giocare, tornava l’adulto inquieto e doloroso che era diventato.

    PPP in campo con la maglia azzurra della nazionale dello spettacolo

    Dalle sue opere e dal suo vissuto emerge l’attrazione di Pasolini per un calcio fatto di corpi, muscoli in tensione, sudore. E i suoi compagni di squadra raccontano che nelle partite metteva in gioco il proprio corpo in maniera quasi narcisistica: la divisa sempre perfetta, la forma fisica smagliante, la ricercata attenzione dei fotografi. Lei ha definito la sua omosessualità come “curatela” e come “gioco”. Sembra una definizione assai calzante con tutto ciò.

    Certamente il gioco per lui era anche erotico. Giocando faceva l’amore simbolicamente con quei ragazzini che lo incantavano. Però ci tengo a dire che non c’era niente di violento e di aggressivo in lui. Il gioco era fatto di regole – che lui seguiva con attenzione – di rispetto per l’avversario e allegria del movimento. Tante volte lo hanno accusato di violenza, perfino, denunciato per quello. E invece Pier Paolo era un uomo mite e dolce. Solo a parole, nei suoi scritti, diventava provocatore e a volte anche aggressivo, ma nella vita era pacato e gentile. Non avrebbe fatto male a una mosca. Semmai si metteva nella condizione di suscitare la violenza altrui. Come tutte le persone timide, introverse e miti attirava l’aggressività dei prepotenti. E di fatto è morto così, fatto oggetto dell’odio e della violenza altrui.

    Nel 1963 intervistò i calciatori del Bologna per Comizi d’amore. Cosa è significato a quei tempi interrogare dei calciatori su un argomento come il sesso, allora di fatto ancora un tabù?

    Era qualcosa di innovativo e anticonformista. Ma, come ho detto, le sue domande non erano mai provocatorie o prepotenti. Lui voleva capire ed era molto attento ai giovani e ai loro sogni.

    «Che le donne giochino a pallone è uno sgradevole mimetismo un po’ scimmiesco. Esse sono negate al calcio come Benvenuti o Monzon». Questa fu la risposta che diede nel novembre 1975, in una delle sue ultime interviste, sulle pagine del «Guerin Sportivo».

    Se le donne giocano cercando di fare gli uomini, ha ragione lui. Se invece giocano per il piacere di giocare, senza imitare la brutalità e, diciamolo pure, la corruzione del grande calcio maschile, perché no, fanno bene.

    […] La partitella, nel cuore della borgata,
    tra i lotti che oltre al sole, e a qualche figura
    di sorella, di madre, coi golf dei giorni di lavoro,
    non hanno nulla da offrire alla nuova primavera…
    Correndo Giorgio ha la faccia di Carlo Levi,
    divinità propizia, facendo una rovesciata,
    Giannetto ha l’ilarità di Moravia, il Moro
    rimandando, è Vigorelli, quando s’arrabbia o abbraccia,
    e Coen, e Alicata, e Elsa Morante, e i redattori
    del Paese Sera o dell’Avanti, e Libero Bigiaretti,
    giocano con me, tra gli alberelli del Trullo,
    chi in difesa, chi all’attacco. Altri,
    con Pedalino dal maglione arancione
    o Ugo coi blue-jeans dell’anno scorso bianchi sul grembo,
    stanno appoggiati lungo il muro color miele della prigione
    delle loro case, Benedetti, Debenedetti, Nenni,
    Bertolucci con la faccia un po’ sbiancata dal sole,
    sotto la fiacca falda del cappello, e il dolce ghigno
    della certezza sacra degli incerti. […]

    PPP, “Pietro II”, in “Poesia in forma di rosa”

    In “Pietro II”, Pasolini sovrappone dei ragazzini impegnati in una partitella in borgata alle figure di intellettuali e politici del tempo, tra cui anche lei. Questo frequentare con disinvoltura tanto ambienti del sottoproletariato quanto élite culturali rappresenta in qualche modo un’altra delle apparenti contraddizioni della sua vita?

    Sì, Pier Paolo era spesso in contraddizione con sé stesso. Fra l’altro le donne che lo circondavano erano intellettuali, agguerrite, colte, consapevoli. Nelle donne cercava le sue simili. Nei ragazzi cercava invece l’altro, il corpo sessuato da conquistare e amare. Lui diceva spesso che non avrebbe mai potuto fare l’amore con una donna perché sarebbe stato come farlo con sua madre. Aveva un rapporto viscerale con la madre, evidentemente nato in famiglia quando il padre, da affettuoso e paterno, era diventato ostile e rabbioso. Il legame con la madre era diventato il solo sentimento forte della sua vita. Basta leggere alcune poesie che le ha dedicato. Sono struggenti dediche d’amore.

    È giusto ritenere che fu tra i primi a ravvisare l’avvento della società del consumo di massa anche in ambito sportivo?

    Con me non parlava di calcio. Ma certo molte sue parole suonano profetiche anche nei riguardi del calcio, soprattutto di quello ufficiale, legato ai troppi soldi e alla troppa pubblicità che hanno portato la corruzione all’interno del mondo sportivo.

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  • Il calcio secondo Pasolini – Introduzione

    Tratto da “Il calcio secondo Pasolini” di Valerio Curcio (2018, Aliberti Compagnia Editoriale)

    Quello tra Pier Paolo Pasolini e il calcio è un binomio suggestivo. Da un lato, uno sport che oggi rappresenta una delle più fiorenti industrie dell’intrattenimento al mondo: uno spettacolo che, nonostante la sua sempre più sfrenata commercializzazione, continua ancora a emozionare per le storie dei suoi protagonisti e per l’amore tra i tifosi e la loro squadra. Dall’altro, la figura di un intellettuale scomodo per definizione, a cui a oltre quarant’anni dalla morte viene tributato forse il più importante riconoscimento in termini di riabilitazione e di riscoperta artistica, anche in chiave commerciale. Da alcuni anni, infatti, Pasolini ha conquistato la ribalta dei mezzi di comunicazione e delle iniziative di ogni tipo: dai film ai graffiti, dai social network agli aperitivi, dagli spettacoli teatrali alle passeggiate tematiche. Non deve perciò meravigliare che un libro, pur rifiutando le letture semplicistiche che dominano certe narrazioni della sua figura, intenda incentrarsi proprio sul rapporto tra Pasolini e il calcio, un tema di certo considerato secondario nella sua storia e produzione artistica.

    In questa riscoperta di Pasolini, il racconto della sua esperienza umana e creativa è stato spesso banalizzato e rapportato semplicemente alla figura del “poeta delle borgate”, dell’intellettuale che ha dato dignità alle periferie urbane vivendole e raccontandole. Diversamente, altri profili importanti della sua poliedrica attività hanno avuto meno appeal: ad esempio il suo ruolo di militante comunista non ortodosso, di critico pungente della società dei consumi e di profondo indagatore dei rapporti tra i gruppi di potere politici e industriali. La stessa società dei consumi contro cui si scagliava, oggi ascesa a livelli allora inimmaginabili, funge da moltiplicatore seriale della sua immagine quasi fosse un brand attraverso una singolare operazione di marketing post mortem che ha già avuto un illustre precedente in Che Guevara.

    Di questo, ovviamente, risente anche la narrazione fin troppo stereotipata e spesso mistificata del rapporto tra Pasolini e il gioco del pallone. E da qui nascono la premessa e la motivazione di un libro incentrato su Pasolini e il calcio: proprio perché questo rapporto va ben oltre il flash superficiale che può fornire una sua foto su un campetto in terra battuta, vestito elegante in mezzo ai ragazzini coperti di stracci, o una sua breve citazione sul ruolo liturgico della partita allo stadio nella società contemporanea. Il rapporto di Pasolini con il calcio ha significato invece molto di più: un’immersione completa, autentica, profonda e al tempo stesso caleidoscopica che risulta assai difficile rintracciare anche nel più entusiasta dei calciofili o dei tifosi.

    In questo quadro, il criterio di strutturazione del libro si prefigge di ricomporre e restituire il suo approccio multiforme e totalizzante al calcio. Una sorta di mosaico articolato in cinque capitoli dedicati alle diverse ma coesistenti direttrici su cui si è instradato il suo rapporto con il pallone: l’amore mai spento per il Bologna, squadra del cuore fin dai tempi della sua gioventù; l’esperienza da calciatore praticante, dai campetti delle borgate romane fino ai grandi stadi di tutta Italia; la trasposizione del calcio in numerose sue opere, dai racconti ai romanzi; la sua pur sporadica ma intensa attività di giornalista sportivo, dalle cronache di un derby romano a quelle delle Olimpiadi del 1960; infine, la produzione di profondi e originali contributi sul ruolo del calcio nella società contemporanea. E forse l’essenza più originale del rapporto tra Pasolini e il calcio può essere rintracciata proprio nella sua personalissima interpretazione socio-antropologica, in quella sua “linguistica del pallone” in cui il gioco del calcio viene letto come sistema di comunicazione attraverso cui si materializza il “rito sacro” della partita allo stadio, celebrato con la compresenza fisica dei tifosi/fedeli sugli spalti e dei ventidue giocatori/sacerdoti in campo. In definitiva, il calcio inteso come linguaggio universale, come strumento di comunicazione, di scambio, di condivisione: dai campi sterrati delle borgate, fino ai grandi palcoscenici della Serie A.

    In foto: Piero Paolo Pasolini e Marino Perani ritratti da Paolo Ferrari nel 1975 durante un’amichevole tra il cast di “Salò” e le vecchie glorie del Bologna che vinse lo Scudetto nel 1964

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  • Il direttore della Panini: “L’album Calciatori, tra novità e tradizione”

    Novità e tradizione. Sono questi gli elementi che formano il segreto magico dell’album “Calciatori” Panini, presentato ieri a Milano nella sua ultima versione. È Antonio Allegra, direttore per il mercato italiano, a raccontarci la 58ª edizione delle figurine più amate dagli italiani: «L’elemento di novità è anche quello di tradizione, perché questa collezione si chiama “Calciatori” ma da alcuni anni non c’erano giocatori in copertina: ora sono tornati.

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