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Categoria: Storie

  • Dale Boca, belìn: il club più prestigioso d’America, fondato su una panchina dai genovesi

    Le origini del Boca Juniors

    Buenos Aires, 3 aprile 1905. Un gruppo di adolescenti di origine italiana, abitanti del quartiere della Boca, fonda il Boca Juniors. Stimolati dal professore di educazione fisica, la combriccola si reca a casa di uno di loro, Esteban Baglietto, per dar vita a un club di calcio: qualcosa di abbastanza normale se consideriamo che nel 1907 erano stati fondati in Argentina circa 300 club calcistici. Per il chiasso provocato i giovani vengono cacciati di casa e si sistemano nella vicina Plaza Solís, dove su una panchina, scartato il nome Hijos de Italia,fondano il Boca Juniors. Boca, in onore del loro quartiere di appartenenza, e Juniors, perché l’inglese dà sempre un tocco di prestigio, soprattutto se accostato al nome di un quartiere al tempo considerato poco raccomandabile. Baglietto, presidente minorenne, non immaginava che il club fondato con gli amici di prestigio ne avrebbe guadagnato a dismisura, fino a divenire uno dei più titolati al mondo e l’unico a non retrocedere mai dalla Primera División argentina.

    Per i primi anni il Boca indossa divise dai colori altalenanti, finché nel 1907 viene adottata la colorazione azul y oro. Secondo la leggenda, non riuscendo a mettersi d’accordo sui colori da adottare, il gruppo di ragazzi si affida al fato: vanno al porto di Buenos Aires e attendono il passaggio della prima imbarcazione. La prima a passare è una barca che batte bandiera svedese. Secondo la storiografia riconosciuta dal club, invece, è Juan Bricchetto, al tempo operaio portuale, ad avvistare l’imbarcazione scandinava e a proporre l’idea agli altri. Il club adotta inizialmente una maglietta con fascia diagonale gialla su sfondo blu, poi trasformata in banda orizzontale, probabilmente per motivi logistici legati alla cucitura.

    Sembra Genova

    Baglietto, Scarpatti, Sana, Farenga, Movio… La Boca era un quartiere portuale di immigrati italiani in maggioranza genovesi, così diverso dal resto dalla città che al tempo gli altri abitanti di Buenos Aires lo consideravano quasi un’entità a parte. Nel 1882 alcuni suoi abitanti proclamarono l’indipendenza dal resto dell’Argentina: issarono una bandiera genovese e scrissero al re Umberto I chiedendo il riconoscimento della Repùblica Independiente de la Boca.  

    Povera e culturalmente vivace, con le sue caratteristiche casette colorate coperte da chapas de zinc, la Boca era popolata da operai portuali, marinai, prostitute, pittori, poeti, pizzaioli, socialisti, anarchici, garibaldini e compositori di tango. Non ci saremmo stupiti a vedervi anche una Via del Campo.

    Conseguenza diretta della prevalenza di immigrati genovesi, anche tra i fondatori del club, è che dai primi decenni del Novecento ad oggi il tifoso del Boca è sempre stato chiamato Xeneize, che significa semplicemente “genovese” in dialetto genovese. Visitando il sito ufficiale del Boca, si può constatare che è tradotto in sole quattro lingue: spagnolo, inglese, italiano e genovese. Ma la continuità con la cultura ligure non si limita alla lingua: ancor oggi passeggiando per le vie del quartiere si può assaggiare la fugaza, tipica focaccia genovese, o la fainà, la farinata di ceci.

    Il pizzaiolo del Boca

    Nessuno si stupisca, dunque, se tra i simboli del Boca figura anche un simpatico pizzaiolo, stereotipo dell’immigrato italiano della prima metà del Novecento. Il suo nome è Pedrín el fainero e non differisce molto dai pizzaioli che popolano i nostri cartoni della pizza, non fosse per la maglietta azul y oro che indossa con orgoglio. La nascita di questa mascotte è curiosa: tra il 1940 e il 1952 andò in onda una popolare trasmissione di radio-teatro chiamata Gran Pensión El Campeonato, che veniva trasmessa la domenica e introduceva ogni giornata di Primera División. I protagonisti erano gli ospiti di una pensione, ognuno rappresentante di un club della massima serie argentina, in lotta fra loro per conquistare il cuore della padrona di casa, Miss Campeonato. La storia volle che il primo anno di trasmissione coincise con la vittoria del Boca in campionato: Pedrínguadagnò una popolarità tale che al centro della Bombonera fu inscenato un matrimonio tra i due personaggi.

    Due rappresentazioni di Pedrin, il pizzaiolo del Boca

    Genova e Boca, un legame indissolubile

    Ancor oggi il legame tra Genova e la Boca è forte: nel quartiere, nonostante i grandi cambiamenti sociali, c’è ancora qualche anziano che continua a parlare genovese. Ma, al di là della lingua, tutti si riconoscono almeno in parte di sangue italiano. Anche a livello calcistico non sono mancate dimostrazioni d’affetto transoceaniche. Nel 1969-70 un gruppo di tifosi doriani assunse il nome di Ultras Tito Cucchiaroni, giocatore italo-argentino che tra gli anni Cinquanta e Sessanta militò nel Boca Juniors e nella Sampdoria. Negli anni Novanta, poi, i vertici della federazione delle peñas del Boca vollero entrare in contatto con il club doriano e i suoi tifosi: ne risultò la nascita del “Sampdoria Club Buenos Aires”. Negli anni Duemila anche i genoani hanno sancito un legame ufficiale, con la nascita del “Genoa Club La Boca”, per raccogliere i tifosi genoani della capitale argentina: è bene ricordare, infatti, che quando fu fondato il club azul y oro a Genova esisteva solo il Genoa. Infine, impossibile ignorare il triangolo che lega Genova, Napoli e Buenos Aires. Complici il gemellaggio più che trentennale tra rossoblù e partenopei, il carattere marinero delle tre città e, ovviamente, una persona chiamata Diego Armando.

    Chiedetelo a Pedrín il pizzaiolo.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 10 agosto 2016

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  • Il “po po po” da Bruges a Sanremo: genesi di un canto nazionalpopolare

    In principio furono i belgi. Anzi, gli stabiesi. No, i perugini. La disputa su chi abbia avuto per primo l’idea di adattare “Seven nation army” dei White Stripes a coro da stadio non si è mai chiusa e in fondo nulla vieta che diverse tifoserie lo abbiano fatto indipendentemente. Ma la colonna sonora del Mondiale 2006 ha una derivazione ben precisa: nasce a Milano da un gruppo di tifosi del Bruges e passando per Roma arriva in tutta Italia.

    La leggenda vuole che prima di un Milan-Club Brugge del 2003 alcuni belgi in trasferta ascoltarono l’ipnotizzante riff di Jack White in un bar milanese e lo fecero proprio. Dentro lo stadio il motivo fu riproposto e, complice l’inaspettata vittoria del Brugge, l’importazione in patria del nuovo coro fu facile. Quei tifosi non sapevano di aver inventato il nuovo inno del calcio mondiale. I milanisti a San Siro non immaginavano che tre anni dopo avrebbero cantato quella canzone per tutta l’estate.

    A riportare il coro in Italia fu Simone Perrotta. In realtà furono i tifosi che seguirono la Roma a Bruges ai sedicesimi di Coppa UEFA 2006, ma senza il goal vittoria dell’anglo-calabrese non avrebbero mai potuto sbeffeggiare i belgi copiandogli la canzone. Era il 15 febbraio del 2006 e la Roma spallettiana era giunta alla nona delle undici vittorie che segnarono quella stagione. Complice anche in questo caso la vittoria in trasferta, nonché il grandioso momento che stava attraversando la Roma, il coro-loop ebbe rapida fortuna nell’ambiente giallorosso, sconfinando presto dalla Curva Sud per divenire patrimonio comune del romanismo.

    Il canto dei romanisti a Bruges

    Ogni volta che sento il Po po po avverto una punta di irriverenza verso gli sconfitti: non so se sia insita nel motivetto o sia dovuta alla circostanza che ne vide la diffusione a Roma. Sta di fatto che sulle sponde del Tevere le note dei White Stripes trovarono presto un verso ottonario pronto a corredarle e completarle: bian-co-az-zur-ro-bas-tar-do. Con tutti gli sfottò, le lamentele, le note sul registro, le chat di MSN e gli scherzi in radio del caso.

    Veniamo alla ribalta nazionale. Questa fu raggiunta dal neonato coro il 28 febbraio del 2006 a Sanremo. Quale contesto migliore del Festival della Canzone Italiana? Insulso, sciovinista, ripetitivo, melenso, superficiale, demagogico, dozzinale. Eppure generalmente riconosciuto e seguito, proprio come quel ripetitivo coro. Fu dalle prime file del Teatro Ariston che Francesco Totti si esibì in una ridicola quanto celebre storpiatura del canto da stadio e sancì la sua metamorfosi definitiva in cantilena nazionalpopolare.

    Ora riguardalo facendo caso solo alla faccia di Ilary.

    A maggio Totti replicò la performance in radio da Fiorello, arricchendola però con la frase sui laziali. Seguirono fiumi di scuse, ma il dado era tratto: il Po po po era un affare nazionale. Da lì a Italia-Ghana il passo fu breve: dallo stadio di Hannover si alzò il coro che accompagnò gli Azzurri fino alla vittoria. “A seven nation army couldn’t hold me back” fu presa come un’esatta profezia: sette nazionali sono quelle che batte chi vince il mondiale.

    Cosa era scattato tra maggio e giugno è difficile dirlo: probabilmente alla diffusione del coro avevano contribuito anche i numerosi remix che circolarono per le discoteche di tutta Italia. Ancor più massiva fu la sua diffusione post-Mondiale: un esercito di adolescenti invase le mete turistiche italiane ed europee cantando il Po po po. E così, fra un falò in spiaggia e una serata house, per un anno parecchi italiani si sentirono invincibili.

    Oggi è difficile trovare una nazione occidentale o uno sport di squadra in cui non si sia cantato il Po po po. Lo hanno cantato i bavaresi dopo aver vinto la Champions contro il Borussia, lo hanno diffuso gli altoparlanti di tutti gli Europei dal 2008 a oggi, lo cantano gli inglesi (ma lì è Duh duh duh), lo cantano a Madrid, lo cantano in Australia. Lo cantano i tifosi dei Baltimore Ravens in NFL e quelli dei Miami Heat in NBA. Lo cantano di nuovo gli italiani a Brasile 2014, stimolando una celebre uscita alla Titti e il gatto Silvestro di Caressa.

    Viste le premesse, per fortuna quel Mondiale lo abbiamo perso.

    Insomma, sono passati dieci anni dalla sua consacrazione e il Po po po è passato da coro di curva a inno nazionale, per poi essere universalmente riconosciuto come canto di vittoria nello sport. Mentre scrivevo questo pezzo, Griezmann ha segnato i due goal che portano la Francia in finale di Euro 2016: dal Velodrome si è alzato per due volte il Po po po…

    Certo che però bisogna volersi proprio male.

    Pubblicato su Crampi Sportivi il 9 luglio 2016

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  • Campo Testaccio: il primo inno della Roma era un tango

    A più di ottant’anni dalla sua composizione, la “Canzone di Testaccio” è ancora intonata dai tifosi della Roma. È un modo per coltivare la memoria dei tempi giocati all’ombra del Monte dei Cocci, ma è anche un’esortazione rivolta agli undici in campo: tirate fuori lo spirito testaccino di un tempo. Nonostante la sua diffusione, pochi sanno che la canzone fu composta sulle note di “Guitarrita”, un tango scritto da Bixio Cherubini e Armando Fragna nel 1930.

    Il compositore Fragna e il paroliere Cherubini scrissero “Guitarrita”per la colonna sonora del film romantico-popolare “La canzone dell’amore”, diretto da Gennaro Righelli e presentato a Roma il 6 ottobre 1930. Il film, tratto dalla novella “In silenzio di Pirandello, è la prima opera cinematografica col sonoro di produzione italiana.

    L’anno successivo, il paroliere e poeta Totò Castellucci compose sulle note di “Guitarrita” quella che al tempo veniva chiamata la “Canzona de Testaccio”, oggi nota anche col semplice titolo di “Campo Testaccio”. Grazie al suo contributo, l’incipit del tango (“Sotto le stelle nell’Argentina / bruna regina regnavi tu”) divenne il celebre “Cor core acceso da ‘na passione / undici atleti Roma chiamò”.  L’attività di Castellucci come autore di testi dedicati all’AS Roma non si limitò a questa occasione, tant’è che negli anni ’50 uscì addirittura un suo “Canzoniere giallorosso”.

    A Roma la tradizione di ideare canti calcistici sulle note di canzoni già famose ha dunque radici che vanno ben oltre i cori ideati su “La partita di pallone” di Rita Pavone o “La notte vola”di Lorella Cuccarini. Tuttavia, non dobbiamo immaginare la “Canzone di Testaccio” come un brano frutto di quella “creatività collettiva” che risiede nelle curve e che tanti capolavori ha regalato alla cultura sportiva italiana. Castellucci infatti compose il brano per il primo film italiano dedicato al calcio: “Cinque a zero” di Mario Bonnard, uscito nel 1932, del quale oggi sarebbe rimasta una sola pellicola in lingua francese.

    Il film trae ispirazione dallo storico celebre 5-0 assestato dalla Roma alla Juventus il 15 marzo 1931 e vede la partecipazione di buona parte della rosa romanista, tra cui Ferraris IV, Bernardini, Volk e Masetti, nonché di Zi’ Checco, storico custode di Campo Testaccio. Nella commedia di Bonnard le vicende calcistiche fanno da sfondo a due storie di coppia: l’amore tra il centravanti della squadra e una ballerina del varietà e il rapporto tra il presidente, interpretato dal celebre Angelo Musco, e la moglie allergica al calcio, che alla fine del film diviene una grande tifosa.

    Una scena di “Cinque a zero” con i giocatori della Roma

    Il primo inno della Roma era dunque un tango argentino, ma al tempo non doveva risuonare come una melodia esotica. La diffusione del tango in Italia era tale che anche una canzone a Roma considerata tradizionale come “Chitarra Romana”, scritta nel 1935 da Eldo Di Lazzaro, era originariamente un tango. E non è un caso se Ettore Petrolini, grande attore e drammaturgo vissuto a cavallo dei due secoli, compose proprio in quegli anni il suo “Tango romano”. Più di tutti, però, colpisce l’aneddoto di un giovane Renato Rascel che, per guadagnarsi da vivere, si spacciava per cantante argentino nei cabaret torinesi. Si racconta che un giorno, avvistati alcuni calciatori argentini nel pubblico, li pregò di non “farlo sgamare”.

    Sarebbe bello oggi poter sapere cosa pensavano del tango giallorosso i tantissimi argentini e italo-argentini che fecero grande la Roma nei suoi primi decenni di vita. Due di questi sono anche citati nella canzone: Arturo Chini Ludueña e Nicolás Lombardo.

    Chini, esterno tutto dribbling e velocità, arrivò nel 1926 in Italia con una laurea in giurisprudenza. L’Alba-Audace lo soffiò alla Juventus e, quando i biancoverdi si fusero con Roman e Fortitudo-Pro Roma, divenne il primo giocatore straniero della neonata AS Roma. Nel 1934 transitò alla Lazio per poi giocare le ultime tre stagioni della sua carriera nel Trastevere. Dopo il ritiro, si dedicò alle relazioni internazionali, arrivando a lavorare come alto diplomatico a Washington DC.

    Lombardo fu invece acquistato dalla Roma nel 1930, anche se la sua storia in giallorosso durò poco: nel 1932 un grave infortunio al ginocchio lo costrinse a fermarsi per lungo tempo. Ma il suo ruolo nella società giallorossa era tutt’altro che esaurito: la società lo inviò in Argentina come mediatore per il calciomercato. Lì, mentre assisteva a una partita del Racing de Avellaneda, fu aggredito da un gruppo di tifosi perché colpevole di facilitare un club straniero nel “depredare” il campionato argentino.

    Tuttavia, dopo aver attraversato l’oceano a bordo del piroscafo “Duilio”, il 18 maggio 1932 Lombardo approdò sul litorale romano in compagnia dei talenti oriundi Guaita, Scopelli e Stagnaro. I tre, comprati dalla Roma per fare il salto di qualità, arrivarono insieme nella capitale e insieme ne fuggirono nel 1935 per paura di finire a combattere in Abissinia. Furono visti entrare in una Lancia Dilamda, poi in Liguria su un treno per la Francia, dove si imbarcarono per tornare per sempre in Sud America. Non manca chi sostiene che a insinuare in loro la paura del tutto infondata di finire al fronte fu il Generale Vaccaro, gerarca fascista e presidente della FIGC, noché alta carica dirigenziale della Lazio.

    La storia del primo decennio romanista ebbe dunque solo due passaporti, quello italiano e quello argentino, e queste sono solo alcune delle storie giunte fino ai giorni nostri. Negli anni successivi furono ancora numerosi gli argentini ad attraversare l’Oceano con il sogno di giocare nella Roma: Spitale, Provvidente, i futuri campioni d’Italia Allemandi e Pantò, fino ad arrivare al secondo dopoguerra con Di Paola, Peretti, Pesaola e Valle.

    Ai celebri “Piedone” Manfredini e Francisco Lojacono seguì un decennio, quello dei Settanta, di chiusura delle “frontiere” calcistiche.  Negli anni Ottanta la Roma si risvegliò “brasileira”, come cantava Little Tony, e dovrà aspettare il 1993 per rivedere un argentino in squadra: è Abel Eduardo Balbo e con lui ricominciò l’unico rapporto che sia mai potuto esistere tra giallorossi e biancoazzurri, quello che su una nave collega Buenos Aires e Roma. L’apice raggiunto da questa relazione si incarna, a inizio del millennio, in una persona che è inutile nominare, perché è già venuta in mente a tutti da parecchie righe.

    Si ringrazia Massimo Izzi per i preziosi consigli e per aver scritto il primo articolo in cui si cita “Guitarrita”, uscito su “Il Romanista” del 10 settembre 2008.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 17 giugno 2016

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  • Dario Hubner che fa tre goal da ubriaco: storia di una bufala

    Dario Hubner che, dopo essersi ubriacato di sambuca e Caffè Borghetti con gli ultrà, entra in campo e fa una tripletta. Storie stupende, che solo il calcio sa regalarci. O almeno questo è quello che devono aver pensato migliaia di fan che su Facebook hanno apprezzato questa storia,quando l’hanno letta sulla pagina ufficiale della Serie A Tim. La trama è davvero poco credibile, ma la fonte è certa: potrebbe mai la pagina ufficiale della Serie A raccontare una cosa del genere senza aver svolto le opportune verifiche?

    Sì. Lo ha fatto, è stata tempestata di critiche e prese in giro, ha eliminato il contenuto e poi ha chiesto scusa. Non una bella figura. Come è stato possibile?

    Per spiegarlo bisogna considerare che, nel mondo di Facebook, è molto comune che le pagine si approprino di contenuti altrui riproponendoli come propri. Certo, parliamo di pagine gestite liberamente da amministratori indipendenti, che non devono rendere conto a nessuno della propria netiquette. A volte però l’esecrabile uso del copia-incolla è praticato anche dai social media manager di canali ufficiali, seguiti da milioni di fan. Talvolta, anche questi professionisti cascano nella fallace equazione secondo cui ciò che è di successo è per forza anche veritiero.

    D’altra parte, la storia del Bisonte che entra in campo ubriaco e ne mette tre era stata condivisa da numerose pagine della calciosfera, raccogliendo decine di migliaia di like. Come poteva essere falsa?

    E invece lo era. Peggio: era una storia falsa pubblicata da una pagina che condivide solo storie false. Si chiama Storie romantiche sul calcio e in poche settimane ha raggiunto un seguito di quasi 25 mila persone.

    C’è chi, frustrato dopo aver realizzato che pubblicano solo fandonie, la critica aspramente. Dario Hubner ha minacciato azioni legali. Ma la descrizione della pagina parla chiaro: “Ci inventiamo storie sul calcio palesemente finte. Perché avete rotto il cazzo di far diventare tutto romantico. Perché la merda non è romantica”. I post prendono valanghe di like ed è difficile dire quanti provengano da persone che ne apprezzano l’umorismo e quanti da inguaribili creduloni.

    Al primo posto per numero di storie inventate figura il Leicester di Claudio Ranieri. Le Foxes dei miracoli le ricorderemo per sempre, proprio per la storia incredibile (e vera) che stanno scrivendo giornata dopo giornata. Eppure, come se la realtà non bastasse, la pagina ufficiale del sito Livescore24.it ha condiviso con i suoi quasi 200 mila fan il seguente racconto firmato da Jamie Vardy, ovviamente copiato da Storie romantiche sul calcio.

    «Sono un operaio io. Nel 2005 mi diedero cinque giorni di sospensione per essere arrivato ubriaco al lavoro, ma il lavoro continuò lo stesso. Figuratevi se ho paura di due giornate di squalifica che quelle fighette della Football Association potrebbero darmi. Se i miei compagni dovessero vincere sia contro lo Swansea che contro lo United mi bevo sei Coca e Fernet sotto Buckingham Palace. Siamo una squadra di matti noi».

    Insomma, storie e dichiarazioni così poco credibili da far sorgere qualche dubbio riguardo chi le ripropone su canali ufficiali: e se gli amministratori fossero coscienti della loro falsità, ma le pubblicassero perché, visto il flusso di utenti che portano, il gioco vale la candela? Cinico, ma più che possibile.

    Eppure, l’obiettivo di Storie romantiche sul calcio non è quello di ingannare i gestori delle più famose pagine Facebook che trattano di pallone. Abbiamo parlato con quel fango dell’amministratore (ci tiene a essere chiamato così, probabilmente è un epiteto ricevuto da qualche lettore deluso) per capire come e perché nasce il suo progetto: «Mi ero reso conto che c’erano pagine che sfruttavano l’onda del “romanticismo calcistico” inventando tante storielle per crescere di popolarità. Così ho deciso di creare la mia pagina per loro, per esaltare fino al ridicolo dichiarazioni assurde come quella di Vardy».

    L’oggetto della sua satira sono infatti alcune pagine Facebook che vanno per la maggiore, come si nota dai riferimenti più o meno espliciti: da quelle dedite ai bomberismi,«che ridono ancora per la barba di Moscardelli o per Borriello che segue una tizia a caso su Instagram», a quelle dei nostalgismi, «che per un pugno di like esaltano calciatori che non hanno mai segnato la nostra infanzia: davvero, chi si filava gente come Cleto Polonia o Pino Taglialatela?».

    Probabilmente tutti gli utenti dei social network hanno qualcosa da imparare dalla storia di Dario Hubner che fa tripletta ubriaco. Capita spesso di guardare distrattamente la home di Facebook, di leggere cose di sfuggita e di concedere il nostro like solo perché ci piacciono, senza domandarci se siano vere. Un po’ di attenzione e puzza sotto al naso in più possono aiutare a non fare brutte figure.

    Chi ha più da imparare, però, sono i professionisti che gestiscono la pagina Facebook della Serie A: abbiamo avuto la prova che anche loro copiano e incollano senza pietà. Insomma, da delle persone pagate per fare il lavoro di social media manager (peraltro con i soldi di noi appassionati, è bene ricordare) ci si aspetterebbe un comportamento deontologicamente più corretto.

    D’altronde, non è la prima volta che il canale ufficiale del campionato si rende protagonista di una gaffe. Nel 2012, durante un Roma-Novara giocato alle 12:30, la Curva Sud espose uno striscione che recitava: «13:12 buon pranzo a tutti». La pagina della Serie A ne condivise una foto, per poi cancellarla frettolosamente dopo aver letto i commenti di scherno. 1312 è infatti l’equivalente numerico dell’acronimo ACAB (all cops are bastards), slogan internazionale utilizzato contro la polizia.

    Cos’è dunque più grave per la pagina ufficiale di un campionato, insultare indirettamente tutti i poliziotti o rovinare il compleanno a Dario Hubner?

    PS: la Ceres è famosa per avere una strategia comunicativa acuta e irriverente. Qualità principale: seguono tutto ciò che accade sui social. Con questo post hanno espresso il loro sostegno a Storie romantiche sul calcio.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 28 aprile 2016

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  • “El Gordo” Ortigoza, dai tornei clandestini alla Copa Libertadores

    La rincorsa anomala, frontale rispetto al dischetto del rigore. Qualche falcata, una serie di passi fulminei, la frenata oscillante appena prima del tocco e poi… quell’attimo. Quella impercettibile frazione di secondo in cui Nestor Ortigoza capisce se il portiere va di qua, di là o lo aspetta. Quel momento in cui decide se aprire il piatto verso destra o tirare di collo a sinistra. Segue un tiro secco e sicuro, se il portiere ha avuto la fretta di buttarsi, ma è un tiro violento e angolatissimo, se il portiere ha deciso di sfidare el Gordo aspettando che sia lui a fare la prima mossa.

    Nestor Ortigoza, mediano del San Lorenzo de Almagro, ritiene di aver trovato la chiave per segnare sempre, o quasi, su calcio di rigore. A dirlo non è lui, ma i suoi numeri: ad aprile 2016 ha segnato 32 su 33 rigori nel calcio professionistico, ma è probabile che a fine carriera la statistica sarà ancora più sconvolgente. La sua percentuale realizzativa è del 97%, con un solo rigore parato dal portiere e nessuno calciato fuori dallo specchio. A interrompere la serie positiva di 19 rigori realizzati è stato nel 2012 Nelson Ibáñez, portiere del Godoy Cruz.
    Le ottime doti tecniche del centrocampista argentino naturalizzato paraguaiano non possono bastare a spiegare la sua quasi totale infallibilità dal dischetto. Giocatori che certamente si sono distinti più di lui dal punto di vista della qualità hanno inciso molto meno su rigore. La sua vicenda biografica è certamente una chiave per capire dove Orti trovi la freddezza, l’intuito e la perfezione tecnica per mettere a segno i suoi calci di rigore.

    Nestor Ezequiel Ortigoza nasce nel 1984 in una zona povera a ovest di Buenos Aires. Il soprannome con cui lo chiamano oggi i suoi tifosi, el Gordo, racconta di un ragazzo dal viso rotondo e dal fisico certamente robusto. A dispetto dell’anagrafe, sin da piccolo nel suo quartiere tutti lo chiamano Jonatan: è come avrebbero voluto chiamarlo i genitori, ma in quegli anni la recente ferita della guerra delle Isole Malvinas vietava nomi inglesi.

    Le condizioni economiche della famiglia Ortigoza non permettono al figlio di dedicarsi al calcio in via esclusiva: dopo gli allenamenti vende quaderni, gelati, scarpe, caramelle e altri beni ai semafori e sui treni. Nonostante ciò, il miglior modo per guadagnare qualche soldo in più è un altro. Lo zio Manuel lo porta di notte a vedere i tornei clandestini di calci di rigore a cui prende parte. Chi gioca vince soldi, chi guarda scommette.

    Per più di un anno, Nestor osserva lo zio e gli altri partecipanti calciare migliaia di rigori, durante interminabili tornei a eliminazione che durano dalla sera del venerdì all’alba del sabato. Come tutti i bambini, vuole copiare gli adulti: prende un pallone e passa i pomeriggi a colpire gli alberi per strada. Grazie all’imitazione e all’allenamento precoce e solitario, Nestor sviluppa un piede sopraffino, che gli permette presto di partecipare ai tornei e di portare a casa somme cospicue di denaro.

    È qui che perfeziona la strategia con cui realizza i rigori, dai campi in terra alla Primera División. Così la descrive a Canchallena: “Aspetto il portiere fino all’ultimo istante. Se non si muove, tiro forte a un palo. Lo decido sul momento, ma bisogna avere grande coordinazione, perché è difficile cambiare tutto a un passo dal pallone. Ma io ormai sono abituato”.

    Sempre in gioventù, Nestor affianca ai tornei di rigori quelli – anch’essi illegali, ma più tradizionali – di calcio a undici, grazie ai quali continua a guadagnare. Con una sua squadra del suo quartiere, la Central del 30, continua a frequentare i campi di terra anche durante le giovanili all’Argentinos Juniors, arrivando a giocarsi anche diecimila pesos a partita: “Una squadra metteva i soldi, lo stesso faceva l’altra. Partecipava alla scommessa anche gente esterna, scommettendo su una delle due squadre e garantendoci una percentuale”, ha descritto a El Gráfico.

    Nemmeno dopo lo sbarco in prima squadra si dedica esclusivamente al suo club: per guadagnare di più Ortigoza continua ad arrotondare con i tornei, così come a svolgere il mestiere di venditore ambulante. L’allenatore Ricardo Caruso Lombardi, cosciente della doppia vita sportiva del suo calciatore, così come dei suoi mestieri complementari, intercede presso la dirigenza del club e ottiene per lui un contratto più vantaggioso.

    Per le sue origini umili, per il suo carattere anticonformista e irriverente, Ortigoza ha sempre riscosso la simpatia dei tifosi delle squadre per cui gioca. Squadre che, salvo qualche mese in prestito in Argentina e negli Emirati Arabi, sono state solo due: Argentinos Juniors e San Lorenzo. Nemmeno la sua consacrazione definitiva nella squadra di Buenos Aires, che allontana del tutto i problemi economici, riesce a renderlo indifferente al richiamo del potrero. Una parola, intraducibile in italiano, che per un argentino richiama un’irregolare porzione di terreno su cui tra sassi e fango si pratica un gioco con poche regole e sottratto al controllo delle istituzioni. Il potrero è il luogo in cui Ortigoza, come molti campioni argentini, si è formato calcisticamente, riuscendo a mettere in risalto le proprie doti tecniche senza dimenticare l’aspetto fisico. Per una persona così attaccata alle sue origini e alla sua gente è difficile non ascoltarne il richiamo.

    A riguardo, un episodio descrive bene il suo carattere. Qualche anno fa alcuni tifosi azulgrana stavano assistendo ad un torneo amatoriale su un campo in terra.  È facile immaginare l’entusiasmo che li colse quando, del tutto a sorpresa, videro entrare in campo Ortigoza: un giocatore della massima serie che rischiava le caviglie su un campo non proprio leggero. Ma in fondo, per lui era del tutto normale: “Ero riserva e sapevo che la settimana dopo avrei dovuto giocare. Perciò sono andato a Catán con i miei amici: dovevo riprendere il ritmo!”, ha raccontato sempre a El Gráfico.

    Di episodi del genere, nella carriera di Ortigoza, ce ne sono senza fine, senza che l’incedere degli anni abbia contribuito a diminuirli. A settembre 2015 il San Lorenzo stava per giocarsi la vetta della classifica in casa del Boca Juniors, ma il giorno prima la nazionale del Paraguay aveva un’amichevole contro il Cile. Ortigoza si è rifiutato di scegliere: dopo 86 minuti giocati con la albirroja è corso all’aeroporto di Santiago, per arrivare a Buenos Aires alle quattro di mattina. Giusto in tempo per dormire qualche ora e recarsi alla Bombonera, dove a 18 minuti dalla fine è entrato cambiando l’andamento della partita.

    Con il San Lorenzo, Ortigoza ha segnato i due goal più importanti della sua carriera. Il primo ha regalato, alla fine del Torneo Clausura 2012, la salvezza al San Lorenzo. Si giocava lo spareggio di ritorno tra i cuervos e l’Instituto, squadra di seconda divisione. Gli ospiti si erano portati sullo 0-1, riducendo al minimo il vantaggio dei padroni di casa, che avevano vinto l’andata 2-0. Ortigoza segnò il goal dell’1-1 trascinando definitivamente il San Lorenzo fuori dall’incubo.

    Nel 2014 un altro suo goal ha invece portato al club di Boedo la prima Copa Libertadores della sua storia. Al 36° minuto Ortigoza ha fatto esplodere lo stadio del San Lorenzo, segnando l’unica rete della finale di ritorno contro il paraguaiano Club Nacional, dopo l’andata finita in parità. Grazie al suo goal il San Lorenzo, fondato nel 1904 da un prete per salvare dai tram un gruppo di ragazzini dediti al calcio di strada, ha toccato il punto più alto della propria storia. Non male per un calciatore che fino a qualche anno prima continuava a giocare nei potreros.

    Ovviamente, entrambi i goal sono stati su calcio di rigore.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 5 aprile 2016

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  • Amedspor, la squadra curda che spaventa Erdogan

    Lo scorso 2 febbraio l’unità anti-terrorismo della polizia turca ha fatto irruzione nella sede dell’Amedspor, sequestrando computer e documenti dagli uffici del club. L’Amedspor è una squadra di terza serie e ha sede a Diyarbakır, capitale del Kurdistan turco sulle sponde del fiume Tigri. Il 31 gennaio, contro ogni previsione, aveva clamorosamente eliminato dalla coppa nazionale il Bursaspor, squadra della massima serie turca, garantendosi un posto ai quarti di finale contro il Fenerbahce primo in campionato.

    La notizia dell’irruzione, diffusa in Italia attraverso i canali social del blog Minuto Settantotto, è stata divulgata in inglese dall’agenzia di stampa turca Cihan e dal sito d’informazione Kurdish Question.  Rispetto ai motivi ufficiali del blitz, però, è necessario procedere con cautela. Stando a quanto riportato da Today’s Zaman, versione in lingua inglese del quotidiano turco Zaman, il vicepresidente del club Nurullah Edemen avrebbe dichiarato che nessun dirigente dell’Amedspor è stato informato sui motivi dell’irruzione, nonostante tutto il direttivo fosse presente in sede.

    Il sito Kurdish Question ha invece sostenuto che la polizia ha proceduto in seguito ad un tweet inneggiante al terrorismo, attribuito dalle forze dell’ordine all’account della stessa società sportiva. Come ha invece chiarito il dirigente Servet Erol, il tweet era stato diffuso da un account che nulla ha a che vedere con quello ufficiale: un errore molto grossolano, che ha indotto la dirigenza dell’Amedspor a credere che quella della polizia sia stata un’operazione intimidatoria, più che di indagine.

    Il tweet in questione, ormai eliminato, dedicava l’incredibile vittoria contro il Bursaspor a chi combatte nelle città di Şırnak e Diyarbakır e a tutto il popolo curdo. Parole in cui riecheggiano i cori da stadio che sono costati caro ai tifosi dell’Amedspor. Infatti i rossoverdi, durante la precedente partita di coppa, giocata a Istanbul contro il Başakşehirspor, avevano intonato canti a favore dei combattenti curdi e contro le stragi di bambini.

    A seguito della partita, ai tifosi era stata vietata la trasferta di Bursa, costringendoli a seguire a distanza lo storico successo della loro squadra. Ma ancora più eclatante è stato l’arresto a Istanbul di decine di tifosi – più di trenta per Kurdish Question, di cento per Today’s Zaman – colpevoli di aver intonato i cori sgraditi.

    Le sanzioni

    Ma le sanzioni a seguito della partita non riguardarono solo i tifosi. Il giocatore Deniz Naki, artefice del secondo goal contro il Bursaspor, fu squalificato per 12 giornate e multato di 19.500 lire turche, colpevole di aver pubblicato sui social un post che recitava: «Siamo fieri di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!». Come riportò Kurdish Daily Newsil giocatore fu accusato di “discriminazione e propaganda politica”. Naki, un passato nel FC Sankt Pauli di Amburgo, porta tatuata sul braccio la parola Azadî, libertà.

    Non fu la prima volta che la squadra rossoverde si rese scomoda al regime di Erdoğan. Nell’ottobre del 2014 il club, che portava il nome turco della città di Diyarbakır, rimediò una multa dalla Federazione turca per aver cambiato nome in Amedspor, utilizzando la denominazione curda della città. Contemporaneamente, un cambio nello stemma permise ai tifosi di sventolare i colori della bandiera del Kurdistan, vietata in Turchia: un espediente non nuovo nel mondo del calcio, che ricorda – con le ovvie e dovute differenze – quando durante il regime di Franco i catalani quasi elessero a nuova bandiera nazionale quella blaugrana, per rimpiazzare la senyera vietata dalla dittatura.

    La Coppa di Turchia 2015-16 è entrata nella storia della questione curda. Una squadra di terza divisione stva incredibilmente scalando la Coppa nazionale, portando la voce dei curdi lì dove meno la si vorrebbe in evidenza. La compagine venne poi eliminata ai quarti dal Fenerbahce ma ancora oggi, ad ogni partita dei rossoverdi, si alza il grido di un popolo che chiede di poter vivere in pace rivendicando la propria identità.

    La partita con il Başakşehirspor a Istanbul fece clamore per i cori, gli arresti, il divieto di trasferta. L’eccezionale qualificazione ai quarti ai danni del Bursaspor fece parlare tutto il paese di questa squadra ribelle, che forse arrivò troppo in alto iniziando a dar fastidio, tanto da essere divenuta oggetto di un’irruzione che ancora oggi sembra poco motivata.

    I tifosi uniti

    La questione unì anche le tifoserie avversarie, che a più riprese negli anni hanno espresso solidarietà nei confronti del popolo curdo. Ci si può fare un’idea leggendo qualche riga del comunicato che decine di gruppi ultras della Turchia, tra cui tifosi di Amedspor e Fenerbahce, diffusero a gennaio 2014 (traduzione di E. Karaman): «Il governo si riempie da sempre la bocca con lo slogan “non dividiamo il paese”, ma poi perseguita e uccide proprio chi vuole che il nostro paese viva in pace e in armonia tacciandoli come traditori. In questo paese c’è soltanto una distinzione: chi, guardando un bambino morto a terra colpito da una pallottola, si domanda se quel bambino fosse curdo o meno e chi invece piange tutti i bambini di tutte le etnie. […] La vergogna più grande dell’umanità è la colpa della guerra, una guerra di cui noi non faremo parte».

    Pubblicato su Gioco Pulito il 5 febbraio 2016

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  • In Argentina i tifosi riportano il San Lorenzo a Boedo

    A volte i sogni di una comunità hanno una forza tale che non possono essere fermati né da interessi economici, né da difficoltà apparentemente insormontabili. Lo sanno bene a Buenos Aires, dove i tifosi del San Lorenzo de Almagro hanno passato il più bel Natale della loro vita. Dopo una mobilitazione durata anni, sono riusciti nell’impresa di ricomprare i terreni in cui sorgeva il Viejo Gasómetro, lo storico e amato stadio che si videro sottrarre da poteri legati alla dittatura militare. La ditta Carrefour, incalzata da una “Legge di Restituzione Storica” e da una mobilitazione nazionale, ha accettato l’offerta che riporterà lo storico club argentino nell’unico posto al mondo a cui appartiene, il quartiere di Boedo.

    Qui, agli inizi del Novecento, un prete salesiano accolse nell’oratorio della sua parrocchia un gruppo di ragazzi dediti al fútbol di strada, per salvarli dai pericoli dovuti all’aumento di bus e tram in circolazione. Nel 1908 quei ragazzi fondarono il Club Atlético San Lorenzo de Almagro, aiutati dal prete che, non a caso, di nome faceva proprio Lorenzo.

    Il quartiere di Boedo è sempre stato il cuore della Buenos Aires rosso-blu e qui, nel 1916, fu inaugurato l’impianto che per 63 anni ha ospitato la squadra. Lo stadio in legno, dipinto con i colori della squadra, divenne subito famoso per l’energia che sprigionava grazie al calore dei tifosi.

    Ma il Viejo Gasómetro non era solo uno stadio. Era un punto di riferimento per gli amanti dello sport, grazie alle discipline sviluppate dalla polisportiva, ma anche un vero e proprio centro sociale e culturale per la zona: grazie alla biblioteca, al teatro, al cinema e alle leggendarie celebrazioni del carnevale era il fulcro della vita del quartiere.

    Questo perfetto connubio tra stadio, club e territorio era però destinato ad interrompersi bruscamente nel 1979. Alla crisi economica e gestionale del San Lorenzo si aggiunse il torbido comportamento delle autorità cittadine che, facendo gli interessi del regime di Videla, riuscirono a separare il San Lorenzo dal suo stadio. L’intendente Osvaldo Cacciatore, principale carica della città di Buenos Aires, non aveva mai visto di buon occhio una squadra di calcio così impegnata in ambito sociale e culturale.

    La società fu così costretta a suon di minacce a vendere i terreni dello stadio a due aziende collegate al regime militare, peraltro ad un prezzo irrisorio. Il club ottenne in regalo il terreno di Bajo Flores, zona estranea alla sua storia, in cui il San Lorenzo disputa ancora gli incontri casalinghi. Gli accordi, se si possono definire tali, comprendevano una clausola che vietava interventi edilizi di tipo commerciale al posto dello stadio. L’anno successivo si manifestarono i reali intenti di chi aveva macchinato l’operazione: il terreno del Viejo Gasómetro fu venduto ad un prezzo otto volte maggiore alla compagnia francese di supermercati Carrefour, senza che vi fosse traccia della clausola. Fu così reciso il cordone ombelicale tra il San Lorenzo e il quartiere di Boedo, relazione scomoda in anni di dittatura militare, e un’operazione speculativa sostituì lo stadio con un enorme supermercato che, ancora oggi, si trova al civico 1700 di Avenida La Plata.

    Per più di dieci anni il San Lorenzo fu costretto a girovagare per la città, giocando sempre in trasferta ospite di qualche altro club, finché nel 1993 non si inaugurò l’attuale impianto di Bajo Flores. Ma quello che per lungo tempo rimase un sogno di pochi nostalgici, è diventato nell’ultimo decennio una battaglia concreta e collettiva: la vuelta a Boedo. Ciò è stato possibile grazie a chi, pur senza stadio, ha deciso che lo spirito del Viejo Gasómetro dovesse continuare a vivere nel quartiere. La Subcomisión del Hincha, un’organizzazione di tifosi nata dal basso, opera da anni in difesa della storia e delle tradizioni del club e porta avanti attività culturali e sociali aperte a tutti, nel segno dei colori azulgrana: sport di tutti i tipi, iniziative con le scuole, corsi di sostegno scolastico e la gestione della biblioteca “Osvaldo Soriano”. Non c’è da stupirsi se è stata proprio questa organizzazione il principale motore di tutte le mobilitazioni che hanno portato prima il club, poi le istituzioni locali, a muoversi per raggiungere lo storico accordo sancito il 23 dicembre.

    Nel 2012, dopo una stagione di accese proteste, con manifestazioni che toccarono i 100.000 partecipanti, l’organo legislativo dell’area metropolitana di Buenos Aires approvava la Ley de Restitución Histórica, una legge che, riconoscendo il sopruso avvenuto in epoca dittatoriale, obbligava il San Lorenzo e la Carrefour a trovare un accordo economico per la cessione dei terreni, pena l’espropriazione e la cessione al club sportivo. Le vie di Boedo si riempivano di una fiumana di gente colorata di rosso-blu: un’intera comunità iniziava finalmente a vedere la fine dell’esilio.

    Una fine che si vedeva, ma che non era neanche così vicina. I tifosi del San Lorenzo vollero subito mettere a tacere i politici che sostenevano l’infattibilità dell’operazione immobiliare per carenza di fondi da parte del club e delle istituzioni locali, decidendo di caricarsi essi stessi dell’onere economico che la vuelta comportava.

    Difatti la recente presentazione di un’offerta concreta da parte del club è stata possibile solo grazie ad un’enorme campagna di finanziamento popolare, coordinata dalla Subcomisión del Hincha, che ha permesso ad ogni tifoso di comprare simbolicamente il proprio metro quadrato di stadio. L’iniziativa di crowdfunding, sostenuta da tifosi illustri come Papa Francesco, Viggo Mortensen ed Ezequiel Lavezzi, ha rappresentato il fiore all’occhiello di una mobilitazione che si è distinta per essere pacifica e di massa. Su internet o presso delle sedi fisiche i tifosi, con poche centinaia di euro, hanno potuto pagare l’equivalente di un metro quadrato del terreno, a nome proprio o di chi non c’è più. E per chi non poteva permettersi l’esborso, grazie ai social network è stato possibile contribuire all’acquisto di un metro quadrato con qualsiasi cifra, condividendolo con altri sostenitori.

    Grazie a questa imponente iniziativa, il 19 novembre 2015 il San Lorenzo ha potuto finalmente presentare la sua offerta da 94 milioni di pesos per tornare in possesso dell’area. La Carrefour, allo scadere del mese che aveva a disposizione per rispondere, ha chiesto ulteriore tempo. Per tre giorni, dal 18 al 20 dicembre, numerosi supermercati Carrefour di tutta l’Argentina sono stati presidiati da migliaia di tifosi che chiedevano una risposta dovuta per legge.

    Il 21 dicembre, il Ministro della Sicurezza ha definito un nuovo ultimatum: se entro le ore 12 del 24 dicembre la multinazionale francese non avesse risposto alla proposta, i terreni sarebbero stati espropriati. Il 23 dicembre 2015, dopo ore di tese riunioni, la Carrefour ha accettato la proposta di 94 milioni di pesos che riporterà in San Lorenzo a giocare a Boedo.

    Dopo decenni di esilio, il San Lorenzo tornerà dunque al luogo che lo ha visto nascere. Non è ancora possibile sapere con certezza quando ciò avverrà, ma ciò che è sicuro, e che al momento importa, è che avverrà. Verrebbe da dire che quello ottenuto il 23 dicembre sia il più bel regalo di Natale che i tifosi del San Lorenzo potessero immaginare. Ma i regali si ricevono. I terreni del Viejo Gasómetro, invece, sono frutto di una battaglia civile durata anni, terminata con un acquisto che, dal punto di vista storico ed etico, non era nemmeno dovuto. Ma, se questo era il prezzo da pagare per mettere a tacere chi vedeva irrealizzabile l’operazione per mancanza di fondi, allora è giusto, come dice un coro che tutti i tifosi del San Lorenzo conoscono, che la vuelta a Boedo la porti avanti la gente.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 3 gennaio 2016

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  • Rayo Vallecano, la classe operaia va in Oklahoma

    Non un posto qualsiasi

    A Madrid c’è un quartiere unico al mondo. Chiamarlo quartiere è riduttivo: è una porzione di città che prende dodici fermate di metropolitana, dal centro verso sud-est. Ma la questione non è solo urbanistica, perché al concetto di barrio sta stretta qualsiasi traduzione: mancano la solidarietà, la complicità e l’orgoglio che queste cinque lettere abbracciano nella loro sfera semantica. Soprattutto se il barrio in questione è quello di Vallecas.

    L’indole degli abitanti, la storia politica, la boxe e il calcio hanno reso celebre Vallecas in Spagna e nel mondo. Ma non stiamo parlando di una zona ricca, anzi: a renderla nota ai più in passato sono stati anche droga, criminalità, orrori urbanistici e altre situazioni di disagio. Le sue contraddizioni a molti fanno paura, altri amano Vallecas proprio perché in essa vivono allo stesso tempo l’antico spirito popolare madrileno e una comunità inclusiva e multiculturale.

    La sua squadra di calcio è il Rayo Vallecano, un club che da più di novant’anni vive per la sua gente, l’unico a portare mai il nome di un quartiere in Primera. Il suo stadio è il Campo de Fútbol de Vallecas, noto ai detrattori come el futbolín, il biliardino: sarà perché al posto di una curva ci sono due palazzi, sarà perché come dice il nome più che uno stadio è un campo di calcio vero e proprio.

    Oggi il Rayo, dopo cinque gloriosi anni in Primera, se ne torna in Segunda División, la serie che storicamente è la sua casa. Lo fa dopo una stagione di speranze, ma anche con i dubbi sul comportamento di alcuni giocatori, indagati dalla LFP per sospetta combine nello scontro salvezza. Lo fa dopo la tragica sconfitta ad Anoeta e la peggiore combinazione possibile di risultati delle altre squadre, punito dal solo punto che lo separa da Sporting Gijón e Granada.

    Ma non sarà questo articolo la sede del lamento per la squadra che in questi anni si è fatta amare dagli spiriti ribelli di mezza Europa. Non sarà nemmeno un tentativo di riassumere le pagine di storia sociale e politica del calcio che il Rayo e i suoi tifosi hanno scritto. Qui si racconterà la paradossale storia di come quella che probabilmente è la tifoseria più anticapitalista di Spagna si sia ritrovata strattonata da Occidente e da Oriente dalle due più grandi potenze industriali del mondo.

    Tuoni e fulmini

    Notizie di questo tipo possono giungere solo in due momenti dell’anno: il primo aprile o ad agosto. Purtroppo per i tifosi del Rayo, questa è arrivata nel mese in cui l’opinione pubblica è più distratta e l’asfalto di Vallecas si scioglie sotto il sole di Madrid. Ad annunciarlo, il quotidiano AS: «Il Rayo compra la maggioranza azionaria dell’Oklahoma City». Nei giorni a seguire arrivano le conferme: dal 2016 la NASL, seconda lega più importante del Nord America, ospiterà un nuovo club denominato Rayo Oklahoma City, simile a quello madrileno per nome, colori, maglia e stemma. Il presidente definisce l’operazione necessaria.

    Reazione tipo dell’abitante di Oklahoma City: «Che cos’è il Rayo?».

    Reazione tipo dell’abitante di Oklahoma City che sa cos’è il Rayo: «Il Rayo? Non è quella squadra in difficoltà economica da anni, che ogni stagione fa il mercato con un budget pari a zero?».

    La reazione tipo del tifoso rayista quando apprende la notizia è meglio ometterla. Sta di fatto che ad agosto 2015 del Rayo proprio non si poteva dire che fosse una società in salute. Solo un anno prima il presidente Raúl Martín Presa aveva annunciato di voler tagliare i pochi fondi che alimentavano la squadra femminile, tre volte campione di Spagna dal 2009 al 2011, scatenando una sommossa popolare.

    Sulla natura dell’accordo a stelle e strisce non ha mai smesso di gravitare un alone di mistero. Secondo El Confidencial, i diritti dell’Oklahoma City FC, defunta squadra locale che avrebbe dovuto partecipare al campionato NASL 2016, sono passati in mani spagnole per circa un milione di euro.

    Ciò che è chiaro è che da quest’anno, oltre ai Thunder della pallacanestro, Oklahoma City può annoverare tra le proprie franchigie anche il Rayo OKC. Tuoni e fulmini, neanche a farlo apposta. La speranza è che il gioco di parole sia solo frutto di una coincidenza, altrimenti la vicenda acquisirebbe contorni ancora più grotteschi.

    Il sogno americano

    Facciamo un po’ di chiarezza. Oklahoma City già ha la sua squadra di calcio da due anni: si chiama Oklahoma Energy e milita nella USL, considerata la terza lega più importante dell’America settentrionale. I verde-blu dell’Energy hanno avuto un’affluenza media di 4600 spettatori durante il 2015 e giocano all’interno dei confini della città: col tempo stanno riuscendo nell’impresa di rendere il pallone uno sport di massa anche in una città che sembrava immune all’auge del soccer.

    Il Rayo OKC fa invece parte delle tre nuove squadre che si sono da poco aggiunte alla NASL: con loro il Miami FC di Maldini, che come il Rayo OKC ha prende alla spring season 2016, e il Puerto Rico FC, che si aggiungerà a partire dalla competizione autunnale.

    La creazione di una seconda squadra nella capitale dell’Oklahoma ha creato qualche polemica tra i locali. Il calcio maschile ad alti livelli ha sempre stentato a decollare, soprattutto a causa di conflitti societari e amministrativi. I dubbi principali sorgono dal fatto che la città non è grande e che in una fase di start-up del calcio locale è inutile sottrarsi risorse a vicenda. Il Rayo OKC, peraltro, giocherà a circa mezzora di macchina dal centro e difficilmente riuscirà ad essere identificato come squadra della città: punterà sugli abitanti dell’hinterland e soprattutto sui latinos.

    Tra agosto e oggi le anticipazioni sono diventate realtà: il campionato primaverile della NASL è iniziato e il Rayo OKC naviga nella seconda metà della classifica, guidato dal canadese Alen Marcina. Nel frattempo, a Madrid non sono stati di certo a guardare. I Bukaneros, storici ultras che guidano la curva di Vallecas, hanno scritto insieme a numerose peñas un comunicato incandescente. Tifosi di ogni settore, intervistati dalla tv, hanno espresso ironicamente le proprie perplessità. L’hashtag #PresaVeteYa è tornato, per l’ennesima volta, alla ribalta sui social (sul personaggio di Presa ci sarebbero da scrivere pagine e pagine ma, anche in questo caso, non è questa l’occasione). E c’è addirittura chi ha ottenuto le bandiere rivali dell’Energy Oklahoma e le ha esposte fuori dallo stadio di Vallecas.

    Fare arrabbiare il Presidente: lo stai facendo bene.

    Poniamoci una domanda: perché mai il proprietario di uno dei club più modesti della Liga dovrebbe comprare un club negli Stati Uniti? Quella che è stata definita una maniera di portare i valori del Rayo oltreoceano è ovviamente una mera operazione commerciale. Le finalità dietro un’iniziativa del genere possono essere molteplici: sfruttare il mercato di una città in cui il soccer non è ancora maturato, conquistare tifosi/clienti oltreoceano, scoprire nuovi talenti e parcheggiare giocatori da pensionare. Senza dimenticare i piani di Javier Tebas, presidente della LFP, di far sì che anche i club che non sono Barcellona e Real Madrid si espandano nel mondo: non a caso questa estate l’Eibar compirà un tour negli Stati Uniti e l’Espanyol si farà ammirare in Bolivia. I motivi ci sono e hanno poco a che vedere con i valori del Rayo, meno che mai con la sua tifoseria…    

    Ombre cinesi

    L’asse Vallecas-Oklahoma non è il primo accordo internazionale che Martín Presa stringe senza ascoltare chi chiede una maggior concentrazione di energie verso i problemi che il club affronta ogni giorno. Sempre d’estate, ma nel 2014, una notizia aveva turbato non poco l’ambiente rayista: il Rayo avrebbe giocato la stagione con una scritta in cinese sulla maglia. L’impresa di telecomunicazioni Qbao, già proprietaria di un club a Nanchino, aveva scelto Rayo Vallecano e Real Sociedad come avamposti della sua espansione internazionale.

    Peccato che pochi sapessero che l’accordo, oltre a prevedere un’amichevole in Cina tra le due squadre (tristemente ribattezzata “il derby di Qbao”), obbligasse il Rayo ad includere nella propria rosa un giocatore cinese. È così che la scorsa estate Zhang Chengdong, discutibile talento passato anche per le giovanili del Milan, pigramente ribattezzato Dudù (non a Milano, per sua fortuna), è stato accolto come un oggetto misterioso a Vallecas.

    L’imposizione, oltre che delineare una delle infinite forme che l’ingerenza di “chi mette i soldi” può assumere nel mondo del calcio, ha mandato su tutte le furie l’allenatore Paco Jémez. Inutile dire che Chengdong non ha giocato quasi mai e a gennaio è tornato mestamente in Cina, anche se col vanto di essere stato il primo cinese nella storia della Liga.

    Raúl Martín Presa, faccia da presidente che ha stretto un accordo con una multinazionale cinese. Zhang Chengdong, faccia da calciatore soprannominato Dudù. Felipe Miñambres, faccia da ds a cui è stato imposto di comprare un giocatore cinese.

    Può esistere un Rayo americano?  

     Il Rayo Vallecano è al momento una squadra di Segunda Divisiòn spagnola con uno sponsor cinese e una filiale negli Stati Uniti. Nonostante il supposto appeal internazionale, a Vallecas la situazione è destinata a rimanere pressoché uguale: lo stadio seguirà nella sua fatiscenza, il direttore sportivo continuerà a fare mercato prendendo gli scarti di altre società, la cantera e la squadra femminile dovranno ancora cavarsela con pochi spicci, il club continuerà a non avere una pagina Facebook, lo store annesso allo stadio non venderà altro che merce dalla qualità discutibile a prezzi alti.

    E se questo, da un lato, è uno svantaggio, dall’altro il Rayo continuerà ad essere il Rayo anche per la congenita riluttanza del suo ambiente ai mali del calcio moderno. Certo, l’ideale sarebbe distinguere: una società calcistica moderna per una tifoseria d’altri tempi. Sul significato di “società calcistica moderna” potremmo dibattere per ore, ma a Martín Presa basterebbe ascoltare quello che la vox populi vallecana reclama ogni giorno. Perché, come hanno scritto i Bukaneros nel comunicato, difficilmente una squadra negli Stati Uniti attrarrà nuovi bambini e bambine del quartiere al Campo de Fútbol de Vallecas.

    Il Rayo Oklahoma City, per una stagione, è esistito davvero.

    Il titolo di questo paragrafo era una domanda, ma la risposta è ben chiara: non può esistere un surrogato del Rayo Vallecano negli Stati Uniti. O meglio, può esistere certamente una squadra fake costruita copiando tutti gli aspetti esteriori del club di riferimento: maglia nome colori e stemma, come dicevamo. Ciò che non potrà mai accadere è che una squadra costruita artificialmente comunichi gli stessi valori di cui il Rayo è fucina a Madrid. Figuriamoci se questa squadra, che non sarebbe la stessa nemmeno se spostata in un altro quartiere di Madrid, possa conservare la sua identità dall’altra parte dell’oceano. Profanando Neruda: potranno piantare tutti i fiori ma non potranno ricreare la primavera.       

    Pubblicato su Crampi Sportivi nel 2015

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