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Tag: AS Roma

  • Prezzi dei biglietti alle stelle: Caro Barça ti scrivo… Cara Roma, perché?

    Il biglietto per Barcellona-Roma del 4 aprile costerà quasi 90 euro. Così ha annunciato a margine del sorteggio il responsabile ticketing della Roma, generando una valanga di reazioni di protesta da parte dei tifosi romanisti. 90 euro per stare all’ultimo anello, in piccionaia, come si dice a Roma: questa l’accoglienza che il mes que un club ha riservato ai sostenitori giallorossi.

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  • Dentro Campo Testaccio: il reportage sull’abbandono del “tempio” romanista

    Da dove venite? «Dall’Unione Sovietica»Alex ragiona ancora con le mappe di trent’anni fa. È ucraino, del Donbas, proprio la zona di origine della squadra che la Roma affronterà il 13 marzo. «Sti c… dello Shakhtar, io so’ della Roma. Ci basta l’1-0 e passiamo noi». Ha le idee chiare Alex. Le stesse idee chiare che qualche mese fa gli hanno suggerito di scavalcare la cancellata di via Zabaglia per trovare riparo negli ex magazzini del campo sportivo. Campo Testaccio.

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  • Sanremo, il Festival giallorosso: quanti cori della Curva Sud nati all’Ariston

    Inizia il Festival di Sanremo e tutti – anche gli snob – butteranno un occhio alla televisione. Perché Sanremo è Sanremo, la festa nazional-popolare per eccellenza.

    Partiamo da un personaggio molto importante: il direttore artistico del Festival dell’anno scorso, Claudio Baglioni. Se guardiamo alla storia di Sanremo con gli occhi della Roma, sono numerosi i momenti e i personaggi che hanno avuto a che fare con i colori giallorossi.

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  • Camera con svista: la giornata di Pallotta a Londra tra convegni, club esclusivi e Nba

    Londra nun fa’ la stupida stasera. E facci tornare a Roma con un piano, un progetto, una speranza, una luce in fondo al tunnel. La capitale inglese ci accoglie senza l’intenzione di sfatare alcuno stereotipo: freddo, pioggia, nebbia e grigiore diffuso sin dalle scale che dall’aereo portano alla città di sua maestà Elisabetta per alcuni, di sua maestà il football per molti altri. La foschia mattutina è tanta che sul treno che porta da Stansted alla stazione di Liverpool Street l’arco di Wembley non si vede. Si vedono, però, tanti verdi campi di calcio popolati da anatre e, in profondità dietro le case di Tottenham Hale, le gru che costruiscono il nuovo White Hart Lane. Sono almeno otto e sembrano dire: «Sì, qua le cose le facciamo in fretta». È meglio non azzardare paragoni e continuare a guardare i rettangoli verdi che scorrono. James Pallotta è il primo relatore. 

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  • Atletico Madrid-Roma, la trasferta imperfetta

    Doveva essere una festa e festa lo è stata solo in parte. Anzi. E non solo per il risultato. Sono arrivati in tanti a sostenere la Roma, quasi tremila nel nuovo-vecchio Wanda Metropolitano, ma il supporto non è stato quello delle altre trasferte e di sempre.

    Proprio a inizio partita nel settore 23 c’è stato un parapiglia con l’ingresso della polizia che ha prelevato due tifosi della Roma. Da quel momento il clima è peggiorato, si è cantato poco (solo cori estemporanei) nel primo tempo e niente nel secondo tempo.

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  • “Voglio solo star con te”, la canzone country che ha invaso gli stadi britannici

    La straordinaria rimonta della Roma a Londra è andata in scena sulle note di una canzone che parla di un “cuore spaccato e dolorante”. L’hanno cantata prima, durante e dopo la partita tremila cuori festanti ed entusiasti. Un controsenso? Forse. Perché il coro che ultimamente va per la maggiore in Sud (ma è nato in Nord) è tutto meno che triste: “Roma alè, forza Roma alè, voglio solo star con te, voglio vincere e cantar per te, forza forza Roma alè”.

    Diversamente da quanto riportato da alcuni video su YouTube, la canzone originale non è mai stata cantata da Elvis Presley.

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  • Campo Testaccio, oltre l’abbandono: idee per la ricostruzione attiva tra ecologia e comunità

    Non tutti ci stanno. C’è ancora chi non si rassegna ad accettare come “normalità” l’assurdo abbandono della zona di Campo Testaccio. Una desolazione che non è solo un affronto alla storia di quel rettangolo di città ma che da anni comporta anche una serie di problematiche mai risolte: dall’assenza di strutture sportive nel Rione ai problemi di igiene causati dalla proliferazione di una vera e propria giungla nella buca scavata e lasciata così dall’ex ditta appaltatrice.

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  • La Roma è stata invitata in Spagna per rievocare l’assedio di Numanzia

    I romanisti, a volte tacciati di mitomania, si cimentano spesso nel relazionare le partite della squadra capitolina alle imprese belliche dell’Impero Romano. Basta una trasferta in Gran Bretagna per chiamare in causa il Vallo di Adriano e una a Bucarest per rievocare Traiano e la conquista della Dacia. L’estate 2017 potrebbe avere in serbo una bella sorpresa.

    Il presidente del CD Numancia, club di seconda divisione spagnola, ha intenzione di sfidare la Roma nell’anno del 2150° anniversario della conquista romana della città di Numanzia. La partita rientrerebbe nelle celebrazioni organizzate per l’anno prossimo dalla città di Soria, il più importante centro abitato nei dintorni delle rovine di Numanzia, nonché sede del club il cui nome rievoca l’antica città celtibera.

    La città fortificata di Numanzia fu l’ultimo baluardo delle popolazioni celtibere contro l’espansionismo romano nell’odierna Spagna. La sua caduta rappresentò l’ultimo atto delle cosiddette Guerre celtibere, che impegnarono i romani per circa cinquant’anni. Celebrare una sconfitta può sembrare insolito, ma l’assedio di Numanzia è ricordato ancor oggi con grande orgoglio dai locali. Nel 133 a.C. i numantini, a secco di provviste per via dell’estenuante assedio, decisero di dar fuoco alla città e di uccidersi l’un l’altro piuttosto che sottomettersi ai romani. Le truppe di Scipione Emiliano non poterono far altro che impossessarsi di un cumulo di macerie fumanti e corpi senza vita.

    Le celebrazioni del 2150° di questo tragico atto bellico avranno, come si può leggere sul sito del comune di Soria, l’obiettivo di «ravvivare il grido di libertà del popolo numantino» e di «recuperare lo spirito di resistenza» che li ha resi famosi nel mondo. Di conseguenza la partita Numancia-Roma, con tutti i significati simbolici di cui si farà carico, potrebbe rivelarsi una rievocazione storica anche in campo: i romani, enormemente più forti, costretti a faticare per sconfiggere un avversario disposto a tutto pur di non arrendersi.

    Il presidente del club Francisco Rubio, intervenuto durante l’assemblea degli azionisti lo scorso 19 dicembre, ha ribadito che si continua a lavorare per organizzare la partita. Il primo annuncio lo aveva dato questa estate, durante l’evento di presentazione della squadra: «Dopo 2150 anni sconfiggeremo Roma. E ciò accadrà nel nostro stadio».

    L’ufficio stampa del club castigliano non vuole però rilasciare ulteriori informazioni. «Il nostro Presidente ha l’obiettivo di portare la Roma a giocare la nostra partita di presentazione. Non possiamo dire null’altro, ma siamo fiduciosi», fanno sapere.

    Raul Alonso, giornalista locale di EsRadio, ci dice la sua: «Conoscendo il Presidente, se ha annunciato più volte che si sta lavorando a questa amichevole, lo ha fatto perché sa che non è una possibilità campata per aria. Credo che la situazione sia ad un punto abbastanza avanzato, altrimenti non lo avrebbe detto davanti ai tifosi. E lui di solito non è una persona che dice le cose tanto per dirle. Probabilmente manca ancora l’ufficialità perché stanno risolvendo questioni legate alla data o ai costi. O forse perché vogliono annunciare le iniziative di “Numancia 2017” tutte insieme: d’altronde è ancora presto per parlare di questa estate».

    Mancano otto mesi, ma a Soria già si lavora per rendere possibile il sogno di una “rivincita”. La partita avrà poco appeal per gran parte del tifo romanista, ma appassionerà certamente gli amanti della storia romana e quei tifosi di cui si parlava al principio. Al contrario, ospitare la Roma sarà motivo di entusiasmo per i tifosi di seconda divisione spagnola. Sperando che non chiedano ai romanisti di presentarsi allo stadio vestiti da legionari.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 26 dicembre 2016

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  • Il calcio di Giacomo Losi: “In campo valori e umiltà, sugli spalti amore e ombrellate”

    Conoscere di persona i campioni del passato fa un certo effetto. Ancor di più se ci si trova davanti Giacomo Losi, quindici stagioni nell’AS Roma dal 1954 al 1969, terzo per presenze dopo Totti e De Rossi. Mai un’espulsione in carriera, un solo cartellino giallo proprio durante l’ultima partita.

    L’effetto è amplificato se il tutto accade nell’angusto spogliatoio di un campo di calcio romano, dove ogni sabato mattina “er Core de Roma” dirige gli allenamenti dell’ItalianAttori. Losi ha portato con sé un oggetto speciale. Avvolta in un foglio di carta, dal suo borsone estrae la riproduzione in scala della Coppa delle Fiere che sollevò nel 1961: “Tiè, lo sai che è questa?”. È l’esemplare in miniatura che consegnavano solo ai capitani delle squadre vincitrici.

    Lo scorso 11 ottobre è ricorso l’anniversario della vittoria della Coppa delle Fiere del 1961, unico trofeo internazionale vinto dalla Roma oltre al Torneo Anglo-Italiano. In carriera lei ha inoltre vinto due coppe nazionali. L’odierna Europa League e la Coppa Italia sono oggi competizioni sottovalutate?
    Chi le sottovaluta sbaglia. Questo è l’unico trofeo europeo vinto dalla Roma. [Mi porge la replica della Coppa delle Fiere, nda]. Uno deve scendere in campo sempre con l’idea di vincere. Io se potevo vincere anche la Coppa del Nonno, davo tutto e cercavo di trasmetterlo ai miei compagni. In Svizzera giocammo la Coppa delle Alpi: io volevo vincerla, anche se era considerata una competizione secondaria. Sai, noi romanisti abbiamo poco da fare gli schizzinosi.

    Quanto sono cambiati i calciatori dai tempi in cui lei giocava?

    Moltissimo. In generale c’era più umiltà. Oggi molti sono orientati più al proprio tornaconto che a quello del gruppo. Pensa che io giocai il ritorno di Roma-Hibernian, semifinale di Coppa delle Fiere, il giorno dopo aver giocato in Nazionale. Arrivai al ritiro pre-partita e l’allenatore mi chiese: “Te la sentiresti di giocare?”. E io: “Subito!”. Poi lo chiese agli altri che risposero: “Magari!”. E chissà come sarebbe andata senza di me, visto che sul pareggio salvai un goal sulla linea permettendo alla Roma di giocare la bella, che vincemmo 6-0.

    E i tifosi come sono cambiati?
    I tifosi oggi sono più polemici, si sentono tutti allenatori. Ai miei tempi c’era il vero amore incondizionato. Andavano allo stadio per vedere la partita, tutta la famiglia, con le pagnottelle da mangiare. L’Olimpico era pieno anche se giocavamo contro la Pro Patria. Oggi la partita non è più il “rito sacro” che diceva Pasolini, lo stadio non si riempie nemmeno al derby. L’ultima volta che sono andato guardavo gli spalti semivuoti e mi faceva impressione. Non si fa nulla per avvicinare i tifosi.

    Poi, questa storia delle barriere nelle curve dell’Olimpico è assurda. Come se c’entrassero qualcosa con la violenza. Ai tempi miei c’erano le vere risse sugli spalti, ma non gli si dava tutta questa amplificazione mediatica. Oggi invece se ogni tanto c’è una scazzottata viene montata da giornali e tv come fosse la fine del mondo. Ai tempi miei sai le ombrellate che volavano! Ma mica se ne accorgeva nessuno, finiva lì.

    Lei con Pasolini ci ha giocato, vero?

    Ci ho giocato e l’ho allenato, perché già al tempo allenavo la Nazionale Attori. Nel 1971 giocai con lui una partita allo Stadio Flaminio: ex giocatori di Roma e Lazio contro attori. In quell’occasione lo marcavo, era un giocatore modesto, ma innamorato di questo sport. La cosa bella è che non faceva pesare la sua personalità: lui era Pasolini cazzo, ma non ce ne accorgevamo.

    Avevamo molto in comune, se ci penso. Entrambi negli anni Cinquanta eravamo venuti dalla provincia del Nord in questa enorme capitale col cuore pieno di speranza. Tutti e due ne siamo divenuti un simbolo.

    Eravamo entrambi due antifascisti: io da piccolo portavo le munizioni ai partigiani che dalle mura sparavano ai nazisti, mio padre era facchino e mia madre filandiera. Nonostante ciò parlammo sempre e solo di calcio, mai di politica. Con lui era così. Oggi l’Italia avrebbe bisogno di un intellettuale come lui, anche lo sport ne beneficerebbe.

    La dirigenza dell’AS Roma secondo lei sta valorizzando la memoria del club?

    Qualcosa hanno fatto, come la Hall of Fame, ma si potrebbe fare di più. Non dobbiamo mai dimenticare il nostro passato. I giovani devono imparare la storia, e invece i tifosi di oggi non sanno nemmeno come è nata l’AS Roma. Anche Campo Testaccio è scandalosamente abbandonato. Per me, da romanista, quel campo è una reliquia: ci vorrebbe un maggiore sforzo per salvarlo.

    Lei ha una scuola calcio a Valle Aurelia. Com’è il calcio di base a Roma?

    Il comportamento dei ragazzini è diverso dai tempi miei. Molti genitori pensano di avere in casa un Totti o un Pelè. I miei non sapevano nemmeno che andavo a Cremona a giocare, non so se mi spiego. Ed avevo sedici anni! Mai che mio padre m’avesse detto: “T’accompagno io”. Era impossibile che la cosa si esasperasse, si restava coi piedi per terra.

    Oggi invece tutto è esasperato. Questo rovina i tifosi e i giovani appassionati. I bambini di oggi non hanno con la passione del calcio come sport, hanno la passione del calcio come spettacolo televisivo, o videogioco, quelle cose elettroniche là.

    Così si perdono i valori del vero calcio, quindi non mi stupisco che ci sia il doping anche tra i giovani delle categorie amatoriali. Alcuni ne approfittano, altri sono ingenui e pensano che queste cose gli facciano bene. Io le pasticchette di Herrera le buttavo per terra, lui non mi accettò anche per questo.

    Cosa insegna ai bambini?
    La prima cosa che insegno sul campo è l’educazione. Mi piace che in campo si comportino bene perché se lo fanno in campo lo fanno anche nella vita. Quando presi il mio primo ed unico cartellino giallo, durante la mia ultima partita, l’arbitro mi chiese scusa, perché sapeva che ci tenevo. Ma era meritato, mi avevano lasciato solo là dietro e io ne dovevo tenere due.  

    Come divenne amico di Di Stefano?

    Fu nel 1956, durante una tournée in Venezuela con Real Madrid, Porto e Vasco da Gama. Stavamo nello stesso albergo, alla mensa ci davano il minestrone. Il nostro massaggiatore Cerretti portò da Roma un sacchetto di Grana Padano per usarlo durante i pasti. Di Stefano dal tavolo del Real Madrid vedeva che mettevamo il formaggio sulla minestra, mi si avvicinò e mi disse: “Cos’è quello?”. Glielo feci assaggiare e mi chiese come poterlo avere a casa. “Dammi il tuo indirizzo e te lo spedisco”, dissi io. E gli mandai una forma di Grana. Da quel giorno diventammo amici. Lui è uno dei più grandi giocatori mai esistiti, un simbolo di un calcio ormai andato.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 13 ottobre 2016

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  • Che fine hanno fatto i compagni di giovanili di Totti?

    “Zero a zero” è un film documentario diretto da Paolo Geremei. Racconta le storie di tre promettenti talenti delle giovanili romaniste nati nel 1977. Un anno dopo Totti, con il quale hanno condiviso alcuni anni in maglia giallorossa.

    Sono le storie di tre giovani campioni, promesse del calcio il cui destino di gloria sembrava segnato. Storie che, per motivi differenti, sono andate diversamente da come ci si aspettava e che insieme narrano una sorta di anti-storia del calcio: quello che poteva essere e non è stato, le vicende umane di chi al calcio ha regalato la propria giovinezza per poi scoprire che non era quella la sua strada. In questa intervista, il regista Paolo Geremei risponde ad alcune domande sul suo film, che sarà distribuito per la prima volta in DVD dal 10 settembre in edicola.

    • Daniele Rossi, attaccante, nel 1993 segnò il goal-scudetto con gli Allievi Nazionaligiallorossi. Davanti faceva coppia con Francesco Totti. Nella finale contro il Milan il numero 10 sulle spalle lo aveva lui. Oggi lavora in una pizzeria di Testaccio e allena una squadra giovanile.
    • Marco Caterini era il portiere della Nazionale Under 16. Nel 1992 aveva giocato a Wembley in un’amichevole contro l’Inghilterra. All’Europeo di categoria del 1993 era partito titolare, con Buffon in panchina. Oggi fa il geometra e, ogni tanto, pensa ancora alla sua carriera che non ha preso il volo.
    • Andrea Giulii Capponi era invece il portiere della Nazionale Under 17. È andato in trasferta con la Roma a Madrid e poi in ritiro con Carlo Mazzone. Dopo aver giocato nel calcio dilettantistico, oggi prepara i portieri della Lazio.

    Paolo, come mai hai scelto di raccontare l’altra faccia della medaglia del mondo del calcio?

    Non sono partito dall’idea di parlare di calcio. Sono partito da queste storie, che secondo me meritavano di essere raccontate, al di là della mia passione per il pallone. Non le ho raccontate da esperto di calcio, ma da curioso, facendo spesso domande semplici, che avrebbe fatto chiunque. Ho iniziato a girare non sapendo assolutamente dove saremmo andati a finire. Penso che alla base della buona riuscita del film c’è il rapporto di totale sincerità che si è instaurato con i tre ex calciatori.

    Al giorno d’oggi siamo bombardati di notizie sul calcio, è ormai difficile cogliere il lato umano dei calciatori, distinguere la loro immagine pubblica dalla loro personalità. Tu sei entrato in stretto contatto con tre ex potenziali campioni. Se le loro carriere fossero andati per il verso giusto, forse non si sarebbero mai aperti così. Ti ha fatto effetto?

    Probabilmente avrebbero sviluppato caratteri un po’ differenti, ma ho conosciuto tre persone talmente splendide che forse sarebbe cambiato solo l’atteggiamento, mentre la loro sostanza sarebbe stata la stessa.

    Il recente abbandono del giovane laziale Cardelli ci dà spunti su cui ragionare: ha accusato il sistema-calcio delle giovanili di essere “esterofilo” e di non favorire la crescita di talenti italiani. Ma soprattutto svela quanto i club possano essere spietati verso i proprio giovani. Qual è il sentimento dei tre atleti verso il club in cui hanno giocato, la Roma?

    Andrebbe chiesto a loro ed è un tema ovviamente delicato. Comunque, a posteriori, sono contenti di aver fatto ciò che hanno fatto, soprattutto Caterini e Rossi. Sono coscienti di aver avuto di aver vissuto emozioni forti e momenti che chiunque sognerebbe, di aver avuto allenatori fantastici e di aver giocato al fianco di grandi giocatori. Ciò gli permette anche di pensare alla carriera da allenatore. Se poi hanno del rancore verso qualche dirigente o procuratore è un qualcosa che va al di là di questo.

    La tua opera va contro la retorica comune secondo cui “se insegui i tuoi sogni ce la farai”. Il film ci dice: se qualcosa va storto e non dipende da te puoi anche non farcela. Forse aiuta ad affrontare in maniera positiva il venir meno di un sogno, è così?

    Aiuta sicuramente e credo che questo sia un aspetto molto importante. Sia per i ragazzi, sia soprattutto giocatori e allenatori. Penso che il film abbia una forte valenza pedagogica: insegna come approcciarsi al calcio e in generale ai propri sogni. Ma forse bisogna essere un po’ maturi per comprenderlo bene, ad esempio dei ragazzini di 14 anni dopo averlo visto hanno detto: “Tanto a me non succede, io ce la faccio”. È stato quasi un rifiuto.  È invece molto utile che lo vedano genitori e allenatori proprio per saper aiutare tutti quei ragazzi il cui sogno di divenire calciatore non si realizza.

    È vero che da un lato il film insegna che la carriera si potrebbe interrompere per motivi non dipendenti dal giovane calciatore, ma dall’altro sprona a dar tutto e a far sempre meglio. Ad esempio il padre di un giocatore spiega come il figlio fosse totalmente cosciente della sua bravura, tanto da poter scongiurare qualsiasi cessione a club minori. Ma le carriere calcistiche sono determinate da moltissimi fattori alieni a ciò che succede sul campo, è proprio per questo che in allenamento e in partita bisogna sempre cercare di superarsi. Bisogna conquistarsi anche ciò che si ritiene dovuto.

    Rossi allena, Capponi prepara i portieri, Caterini ha giocato in categorie minori. Così come una miriade di ex giocatori si re-inventa in ruoli più o meno importanti nel calcio. Perché è così difficile lasciare del tutto il mondo del pallone?

    Forse è difficile, ma loro vogliono allenare. Più che stare nel mondo del calcio, vogliono proprio il contatto col pallone, col campo, coi bambini. Ma ovviamente, in generale, è difficilissimo rinunciare al calcio: immagina un giovane calciatore che ha sacrificato tutta la propria vita allenandosi, senza aver proseguito gli studi. È normale che quando svanisce il sogno di divenire calciatore sia difficile rimboccarsi le maniche pensare al “piano B”. Ancor di più quando sei a un passo dall’affermazione in un grande club come la Roma. Secondo me questo rende i tre ragazzi del film ancora più eroici, perché si sono rialzati da questa delusione, dopo aver giocato a Wembley, in Nazionale o al fianco di Totti.

    Cosa hanno da insegnare queste tre persone ai giovani calciatori?

    Oltre alla grande competenza tecnica che hanno sviluppato nel corso della loro carriera, possono insegnare l’atteggiamento giusto verso il calcio. Forse più che gli attuali calciatori, a parlare di calcio nelle scuole ci dovrebbero andare persone come loro.

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