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Categoria: Approfondimenti

  • Una nuova speranza per Campo Testaccio

    È iniziato il percorso che, se rispetterà attese e promesse, restituirà Campo Testaccio ai romani. Nella giornata di ieri, giovedì 22 dicembre, si è svolta la riunione del Consiglio del Primo Municipio romano, alla quale ha preso parte anche l’assessore capitolino allo sport Daniele Frongia. La seduta si è svolta all’interno della biblioteca “Enzo Tortora”, centro culturale del comunale con vista sull’area in questione. All’ordine del giorno un solo punto: riqualificare il campo dell’AS Roma. Di fronte a numerosi cittadini e associazioni, il Consiglio ha approvato all’unanimità una mozione che ben rappresenta le prospettive urgenti e quelle più a lungo termine.

    L’urgenza è data dalle pessime condizioni di igiene e sicurezza di tutta l’area, dovute al degrado che ormai regna scandalosamente nell’area che fu la casa dell’indimenticabile Roma testaccina. Il terreno dove un tempo sorgeva il celebre stadio in legno, e più recentemente l’unico campo di calcio pubblico del centro di Roma, è ormai una giungla incolta e poco rassicurante per l’asilo nido e le due scuole che vi si trovano accanto. La chiusura della materna “Biocca” per le incursioni dei topi è stato solo l’ultimo degli episodi, dopo che un anno fa aveva fatto capolino persino un serpente. La prima richiesta che la presidente del Municipio Sabrina Alfonsi ha fatto al Comune è dunque quella di emettere urgentemente un’ordinanza per la bonifica dell’area. Richiesta che, nelle parole dell’assessore Frongia, verrà soddisfatta il prima possibile.

    Ma la bonifica è solo il primo passo. Per salvare Campo Testaccio occorre anche dirimere alcune questioni burocratiche. «Al momento non è classificato come campo sportivo, ma come parcheggio», ha dichiarato Frongia. «Spingeremo presso avvocatura e ragioneria affinché venga espunto dal Piano Urbano Parcheggi. Poi potrà tornare ad essere classificato come campo sportivo con una delibera dell’Assemblea Capitolina».

    Al di là di questo primo ostacolo, apparentemente facile da scavalcare, i consiglieri municipali chiedono che venga attivato un tavolo che veda le istituzioni, le associazioni interessate e i cittadini progettare insieme il futuro dell’area, che verrà con tutta probabilità messa a bando. La presidente Alfonsi non ha precluso alcuna possibilità: «Il progetto potrebbe essere finanziato interamente dal Comune così come dal privato, o anche da entrambi insieme. Ci sono realtà come l’AS Roma o il CONI che potrebbero essere interessate a partecipare».

    L’assessore Frongia ha confermato la disponibilità da parte del Comune ad ascoltare le istanze del territorio, anche se è presto per poter parlare dettagliatamente del futuro dell’area. Ciò che è stato confermato da tutte le forze politiche è che la destinazione d’uso rimarrà quella di campo di calcio. Sul resto, dalla capienza degli spalti all’eventuale realizzazione di uno spazio espositivo che renda onore alla storia del luogo, la partita è ancora tutta da giocarsi. 

    Frongia ha inoltre sottolineato che solo dopo la classificazione dell’area come campo sportivo si potrà procedere contro l’occupazione senza titolo da parte del privato. Il terreno è infatti ancora rivendicato dal Consorzio Romano Parcheggi, l’impresa che aveva vinto la concessione per realizzare un parcheggio interrato, poi definitivamente revocata l’anno scorso con le sentenze del TAR e del Consiglio di Stato. «La ditta – ha spiegato l’assessore – è tenuta inoltre a risarcire il Comune per una cifra che, solo per ciò che riguarda il livellamento della buca e il ripristino del campo di gioco, ammonta a un milione e trecentomila euro. Parliamo di un’azione civile che va da uno a tre anni, ma ciò non significa che non faremo nulla fino a quel giorno, perché è un percorso che va in parallelo».

    Proprio per questo, tra le richieste presentate dai consiglieri nella mozione, vi è quella di impegnare nel bilancio di Roma Capitale i fondi destinati al livellamento della buca e al ripristino del campo di calcio, da recuperare successivamente presso il privato. Ma per Frongia «non si può ancora fare, perché l’area non rientra ancora tra gli impianti sportivi comunali».

    «Direi di rivederci presto, convocando il tavolo pubblico e per iniziare a parlare del futuro dell’area. Ma ancora prima sarà fatta l’ordinanza per la bonifica» ha concluso il rappresentante del Campidoglio.

    Riassumendo, gli step per il recupero di Campo Testaccio sono questi: bonifica urgente dell’area; espunzione dal Piano Urbano Parcheggi e poi classificazione come campo sportivo. Nel frattempo, un tavolo partecipato permetterà di discutere del suo futuro e di farsi trovare pronti con le proposte quando sarà il momento di mettere a bando l’area. Il percorso non è semplice, ma il clima di collaborazione tra i diversi schieramenti politici e tra le due istituzioni fa ben sperare. Che Campo Testaccio abbia messo d’accordo tutti? Al momento sembrerebbe di sì, ma parleranno solo i fatti. Ormai il Primo Municipio e il Comune di Roma si sono esposti e dovranno rendere conto ai cittadini del futuro di quell’area.  

    Pubblicato su Gioco Pulito il 23 dicembre 2016

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  • Astra Giurgiu, la squadra mai amata

    L’Astra Giurgiu, prossimo avversario della Roma in Europa League, viene dal periodo più vincente della sua lunga storia. Eppure, nonostante i recenti successi e la longevità, non è una squadra che abbia mai riscosso grande seguito.

    Innanzitutto, va segnalato che prima del 2012 l’Astra Giurgiu non è mai esistita. È esistita, e per lungo tempo, l’Astra Ploiești, fondata negli anni Trenta come emanazione della compagnia petrolifera Astra-Română, con sede nella città di Ploiești. Per circa sessant’anni il club non ha mai raggiunto i livelli alti del calcio romeno, senza riuscire nemmeno ad aggregare una tifoseria numerosa e fedele. La squadra del popolo di Ploiești, infatti, è sempre stata il Petrolul.

    La svolta nella storia dell’Astra è rappresentata dall’uomo che da vent’anni ne è il padre padrone: Ioan Niculae. È lui luomo più ricco di Romania secondo Forbes, proprietario del gruppo InterAgro, colosso nel campo della coltivazione di cereali e dei fertilizzanti. L’uomo che nel 1996 ha comprato l’Astra Ploiești e che nel 1998 l’ha portata per la prima volta in massima serie romena. L’uomo che ha fuso il club con i rivali del Petrolul, per poi veder fallire l’esperimento e rifondare l’Astra. L’uomo che ha portato l’Astra all’apice della sua storia, vincendo dalla stagione 2013-14 ad oggi un campionato, una Coppa di Romania e due volte la Supercoppa. Ma anche l’uomo che nel 2012 ha deciso che la città che da sempre ospitava il club non sarebbe più stata la sua casa.

    Damiano Benzoni, caporedattore della pagina sportiva di East Journal, ci spiega questa decisione: «Le autorità locali di Giurgiu, città tranquilla e poco interessata al calcio, cercavano una squadra per la città. L’Astra aveva sempre vissuto all’ombra del Petrolul, con poche gioie e pochi tifosi. Il trasferimento è stata una scelta di mercato: dopo aver accusato le autorità di Ploiești di non sostenere l’Astra, Niculae ha investito 3 milioni per costruire un nuovo stadio a Giurgiu e ci ha portato il club, sperando di incontrare il favore dei locali».

    «A Ploiești l’Astra aveva pochi tifosi, attaccati più ai risultati che alla squadra – continua Benzoni – tuttavia a Giurgiu si è ripetuta la stessa situazione: basti pensare che l’anno scorso l’Astra ha vinto il primo scudetto della sua storia, viaggiando sui circa 3500 spettatori a partita. Quest’anno, nonostante la competizione europea, sono la metà. A Ploiești i risultati erano simili. Intanto il Petrolul, fallito un’altra volta, quest’anno registra le 6000 presenze in quarta divisione».

    Interpellato sulla somiglianza tra la storia dell’Astra Giurgiu/Ploiești e quella del Wimbledon/MK Dons, di cui abbiamo già parlato, Benzoni risponde così: «Certamente sono due storie affini, ma con l’unica differenza che i pochi tifosi dell’Astra Ploiești, quando si sono visti portar via il club, non lo hanno rifondato. I gialloblù del Petrolul, al contrario, hanno sempre avuto un’identità forte e quando il club è fallito i tifosi lo hanno seguito anche nelle serie minori. Eppure è curioso che anche il Petrolul sia in realtà passato per un trasferimento,da Bucarest alla sua attuale sede, nel 1952. Si chiamava Juventus Bucarest e aveva nel suo stemma la lupa capitolina, che ora sopravvive solo nel soprannome di “lupi gialli”. Ma è evidente che, nonostante non sia nata lì, l’unica squadra di Ploiești sia sempre stata il Petrolul».

    A settembre, quando è stata battuta per 4-0 dalla Roma nella partita d’andata, l’Astra Giurgiu viveva una situazione societaria di massima criticità, con i giocatori che non prendevano lo stipendio da mesi e debiti verso lo Stato e i fornitori. In estate erano stati venduti i due grandi artefici della stagione che aveva reso l’Astra “il Leicester di Romania”: i brasiliani William e Boldrin, ceduti allo Steaua Bucarest per tenere in vita la società.

    Oggi, a distanza di due mesi e poco più, la situazione è parzialmente cambiata. Grazie alla cessione (sempre allo Steaua) di altri giocatori e ai soldi dell’Europa League, l’Astra è riuscita a stare a galla. E se in campionato la posizione di mezza classifica la condanna doversi guardare più alle spalle che davanti, in Europa ha invece invertito la tendenza iniziale conquistando sette punti e la speranza di passare il turno.

    Tuttavia, nonostante calciatori e staff percepiscano di nuovo lo stipendio, il futuro è tutt’altro che florido. Il patron Niculae è infatti accusato di disinteressarsi del club da quando nel luglio scorso è uscito di galera con la condizionale. Era stato arrestato poco più di un anno prima, per aver finanziato illegalmente la campagna elettorale del Partito Socialdemocratico romeno. Ha dichiarato che il club si autofinanzierà, ma i pochi tifosi, ben consci delle sue possibilità economiche, vedono il suo atteggiamento come un abbandono.

    Pur avendo vinto il campionato l’anno scorso, l’Astra è destinato a fallire, o perlomeno a ridimensionare drasticamente i suoi obiettivi sportivi. «In Romania è già successo che chi ha vinto lo scudetto fallisca poco tempo dopo. È successo al Rapid Bucarest, all’Unirea Urziceni, all’Oțelul Galați. Purtroppo il calcio romeno vive una situazione al momento senza vie d’uscita – conclude Benzoni –  impoverito nelle rose e senza alcun investimento sul calcio giovanile. L’unico progetto a lungo termine è quello di Gheorghe Hagi, considerato il miglior giocatore romeno di sempre, che ha acquistato il Viitorul Constanța e ne ha fatto una vera e propria accademia calcistica».

    Si ringrazia Damiano Benzoni, che potete leggere sulla pagina sportiva di East Journal e sul suo blog Dinamo Babel

    Pubblicato su Gioco Pulito il 6 dicembre 2016

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  • L’Atletico Madrid ha usurpato l’identità dell’Athletic Bilbao?

    Stando alle parole di Javier Aldazabal, segretario del consiglio direttivo del club basco, sì. Il dirigente dell’Athletic ha sollevato un polverone pronunciando queste parole durante l’assemblea annuale dei soci: «L’Athletic è un marchio. Al giorno d’oggi sarebbe impensabile che qualcuno inventasse la “Coca Cola di Biscaglia”, usurpando il nome di terzi. Per di più, loro hanno usurpato nome, colori e stemma dell’Athletic […]. Dopo 100 anni di uso consentito e pacifico adesso è complicato tornare indietro».

    Il riferimento è a ciò che accadde nel 1903, quando fu fondata la squadra oggi chiamata Atlético de Madrid. Alcuni studenti baschi residenti a Madrid, tifosi dell’Athletic, decisero di porre fine alla nostalgia verso il club biancorosso fondandone una succursale madrilena. Fu così che fondarono l’Athletic Club Sucursal de Madrid, che riprese nome, colori e stemma di quello bilbaino. Anzi, l’affinità tra i due club era molto più profonda, in quanto quello di Madrid rimase fino al 1921 una vera e propria costola dell’Athletic Club di Bilbao. Basti pensare che il punto 6 dello statuto del neonato club dichiarava che le due squadre non si sarebbero mai potute affrontare in competizioni ufficiali.

    Evoluzione dello stemma dell’Athletic Bilbao

    È proprio qui il nocciolo della questione. Seppur l’Atlético non ha voluto rispondere ufficialmente alle parole di Aldazabal, chi difende il club madrileno apporta una giustificazione forse superflua per la sua ovvietà: come si può tacciare di furto di identità un club che fu fondato proprio in omaggio all’Athletic, tanto da rappresentarne una succursale? Come ha dichiarato lo scrittore e giornalista sportivo José Antonio Martín, conosciuto in Spagna come Petón, «nelle vetrine dell’Athletic ci sono finali della Copa de España nelle quali furono schierati più giocatori dell’Athletic di Madrid che dell’Athletic di Bilbao».

    La supposta usurpazione dei colori e dei simboli dell’Athletic fu invece un’azione concordata tra la dirigenza di Bilbao e la succursale di Madrid. Negli anni che seguirono la fondazione del distaccamento madrileno, entrambi i club indossavano una divisa mezza bianca e mezza blu, come quella dei Blackburn Rovers, e condividevano lo stemma che vedeva una “A” e una “C” sovrapposte e racchiuse in due fasce bianco-blu.

    Evoluzione dello stemma dell’Atletico Madrid

    I due Athletic furono uniti anche nel cambio di colori: nel 1910 Juan Elorduy, giocatore e dirigente del club basco, si recò nel Regno Unito e con l’occasione ebbe l’incarico di comprare le maglie per entrambe le formazioni. Ma, come spesso è accaduto agli albori del calcio europeo, una casualità determinò l’andamento della storia: non riuscendo a trovare le divise del Blackburn, Elorduy tornò in terra iberica con quelle bianco-rosse del Southampton. La scelta di Elorduy, fatta all’ultimo minuto per non tornare a mani vuote, ancora oggi determina i colori sociali di Athletic e Atlético.

    La separazione ufficiale dei due Athletic avvenne nel 1921, anche se già da anni il club di Madrid si era reso più indipendente. La finale di Copa del Rey di quello stesso anno vide per la prima volta opporsi le due formazioni sorelle, entrambe vincitrici del proprio campionato regionale. Il direttivo dell’Athletic di Bilbao chiese di poter giocare la finale nella capitale basca invece che a Siviglia, dove era prevista. Il presidente dell’Athletic di Madrid accettò e, complice la sconfitta, fu sommerso dalle critiche dei tifosi madrileni. La partita tuttavia si giocò in un clima di festa e il San Mamés con 20 mila spettatori fece record di incassi.

    È dunque evidente che le parole pronunciate da Aldazabal siano state prive di senso e soprattutto di fondamento storico. Non è bello vedere come una storia di fratellanza durata quasi vent’anni sia oggi del tutto ignorata da chi rappresenta il club. Ma non si può criticare solo il dirigente dell’Athletic Bilbao. Da una rapida occhiata online, risulta evidente che la dirigenza dell’Atlético Madrid cerchi di nascondere il passato di squadra-succursale, considerato forse poco onorevole per un club il cui palmarés ha superato quello della squadra-madre.

    Basta cliccare sulla sezione “Storia” del sito dell’Atlético per scoprire che l’obiettivo degli studenti baschi che lo fondarono era solo quello di creare “una nuova istituzione che avrebbe dovuto competere con il più nobile e impeccabile talento sportivo”. Ma come? Nessun riferimento al fatto che fossero tifosi dell’Athletic di Bilbao? Non si legge da nessuna parte che la fondazione del club di Madrid è stata un genuino atto di omaggio verso il club basco. Andando avanti sulla linea del tempo che presenta la pagina web, non si incontra alcun riferimento alla subalternità della squadra madrilena rispetto a quella basca. Lo stesso accade nella sezione dedicata alle maglie del club.

    Ovviamente nessun dirigente dell’Atlético negherà mai esplicitamente il passato, ma è evidente il tentativo di nascondere il ventennio di subalternità nel “biglietto da visita” del club online, sia in spagnolo che in inglese. Questo aspetto non va sottovalutato, soprattutto per un club dalla vocazione internazionale come l’Atlético Madrid di oggi. E allora, se si vuole evitare altri errori da parte di dirigenti dell’Athletic, può essere forse utile aggiornare la propria presentazione online e ricordare al mondo di essere nati come succursale del club di Bilbao. Senza vergognarsi.

    In copertina: “Idilio en los campos de sport”, dipinto di Aurelio Arteta (1913-15 ca), raffigurante il celebre attaccante dell’Athletic Bilbao “Pichichi” e la sua fidanzata

    Pubblicato su Gioco Pulito l’1 novembre 2016

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  • Su “Olé” parlando di Roma e San Lorenzo

    Su Olé, il più importante giornale sportivo argentino, c’è oggi una mia breve (issima) intervista sulle affinità storiche tra la Roma e il San Lorenzo de Almagro, in vista dell’amichevole di oggi.

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  • L’amichevole nel nome di Papa Francesco: a settembre Roma-San Lorenzo de Almagro

    Il 3 settembre si giocherà all’Olimpico l’amichevole Roma – San Lorenzo de Almagro. L’occasione è data dalla sosta della Serie A e permetterà agli azulgrana di Buenos Aires di giocare per la prima volta nella città dove risiede il loro tifoso più famoso, Papa Francesco. Il secondo vicepresidente del San Lorenzo, Roberto Álvarez, ha annunciato l’iniziativa lo scorso 12 giugno ai microfoni della trasmissione radio Soy San Lorenzo, condotta dal giornalista Mario Andrés Benigni. Contattato da Gioco Pulito, Álvarez ha descritto così quella che si preannuncia come più di una semplice amichevole:

    Confermo che il 3 settembre si giocherà nella capitale italiana l’amichevole Roma-San Lorenzo. Con l’occasione, convocheremo a Roma la riunione delle “peñas” europee del San Lorenzo. Il nostro club sta infatti attraversando una fase di aumento del numero dei soci: in molte città europee ci sono gruppi organizzati di tifosi e questa mi sembra una buona opportunità per riunirli tutti e continuare ad accrescere il numero di soci. Inoltre alcuni sostenitori verranno dall’Argentina e anche noi della dirigenza, incluso il presidente Matías Lammens, accompagneremo la squadra. Arriveremo il 2 settembre e ci alleneremo il giorno stesso, il giorno seguente giocheremo e sarà una partita di grande richiamo.

    È una bella coincidenza che il San Lorenzo giochi per la prima volta a Roma proprio nell’anno del Giubileo. Tuttavia, se mi chiedi riguardo la presenza di Papa Francesco alla partita, devo procedere con calma estrema. Non voglio creare aspettativa: noi non siamo i padroni di casa e molto dipende anche dalla Roma, oltre che dalle autorità. Ci deve essere una volontà congiunta. Ripeto, non voglio generare aspettativa.

    Se il San Lorenzo giocherà a Roma, lo si deve anche ai ragazzi della Peña RomAzulgrana. Il fondatore Roberto Rizzo, residente a Buenos Aires, racconta così la storia e le attività di questo giovane gruppo di cuervos italiani:

    Dal primo incontro che ho avuto coi dirigenti del San Lorenzo, quando vennero a Roma a incontrare il Papa, ho sempre percepito che questa amichevole fosse il loro sogno nel cassetto. Inizialmente si parlava di un triangolare con Roma e Lazio, ma adesso a quanto pare saranno coinvolte solo Roma e San Lorenzo.
    La Peña RomAzulgrana è nata dopo il primo viaggio che ho fatto con un amico a Buenos Aires. Entrammo in contatto con la tifoseria del San Lorenzo e con la dirigenza, con la quale abbiamo iniziato a pensare all’idea di creare un gruppo a Roma, vista la grande presenza di sostenitori del San Lorenzo. Io vivo a Buenos Aires e ogni domenica vado allo stadio con altri italiani: cerchiamo di coinvolgerli nell’ambiente. Sono venuti ragazzi della Roma, della Lazio, della Juventus, di Cesena, dalla Sardegna.

    L’idea dell’amichevole nasce dal fatto che in Italia c’è grande attenzione verso il San Lorenzo, non solo perché è la squadra del Papa: la sua tifoseria ha ispirato canti di numerose curve, anche della Curva Sud romanista.

    Non è dunque la prima volta che si parla di una partita del San Lorenzo a Roma. Nella primavera del 2013 circolò la notizia di un triangolare di beneficenza anche con la Lazio, con lo scopo di raccogliere fondi per i quartieri più poveri di Buenos Aires. Tuttavia, questa è la prima volta che i dirigenti del San Lorenzo non usano il condizionale. Dalla dirigenza della Roma, però, non è trapelata ancora nessuna notizia.

    Anche se Álvarez non si sbilancia, il sogno di tanti tifosi argentini è quello di rivedere Jorge Mario Bergoglio allo stadio: da giovane, infatti, il futuro Papa non si perdeva una partita al Viejo Gasómetro, lo storico stadio nel quartiere di Boedo che ora il club vuole ricostruire. Da quando Bergoglio risiede al Vaticano, il San Lorenzo si è ripreso da una grave crisi sportiva ed economica che lo ha visto ad un passo dalla retrocessione, vincendo prima il campionato argentino e poi la prima Copa Libertadores della sua storia. Difficile convincere i tifosi-fedeli che Francisco non c’entra nulla con tutto ciò. I maligni, però, sostengono che il Santo Padre si sia prodigato in miracoli solo per il San Lorenzo, dimenticandosi della selección: un sentimento che probabilmente è aumentato dopo la seconda finale di Copa América persa contro il Cile.

    Tuttavia, il senso di appartenenza che lega Bergoglio al San Lorenzo non può essere ridotto solo ad aspetti sportivi. Il club nacque infatti nel 1908 grazie all’idea di un prete salesiano, padre Lorenzo Massa: avrebbe concesso il campo dell’oratorio a un gruppo di ragazzini dediti al calcio di strada, allontanandoli così dal pericoloso passaggio dei tram, in cambio della loro presenza a messa. Nei nomi di quei giovani calciatori, probabilmente ancora ignari della portata storica dei loro gesti, si legge un legame con l’Italia che nasce ben prima del pontificato di Bergoglio: Monti, Scaramusso, Manara, Gianella, Assali, Colazzurdo. Nomi che raccontano le storie di traversate oceaniche dei milioni di italiani emigrati in Argentina.

    Inoltre, sin dal giorno della sua fondazione, il San Lorenzo non è stato una semplice squadra di calcio, ma un vero e proprio fulcro sociale e culturale per il quartiere. Il Viejo Gasómetro, costruito nel 1916, disponeva di cinema, biblioteca, teatro, università popolare e strutture per numerose discipline sportive. Uno stadio “aperto 365 giorni l’anno”, come tanto si ricerca oggi, che coinvolgeva quotidianamente il territorio. Non c’è dunque da stupirsi se Papa Francesco, che ha fatto dell’impegno sociale un tratto distintivo del suo pontificato, vada così fiero della sua passione calcistica.

    Se la fondazione del Ciclón è legata a doppio filo all’Italia, anche la Roma può annoverare nei suoi annali qualche storia legata al club di Boedo. Dal San Lorenzo proveniva, infatti, Miguel Angel Pantò, campione d’Italia nel 1942 con la maglia giallorossa. Nato a Buenos Aires, giocò tre anni al San Lorenzo, poi alla Roma per sei stagioni tra il 1939 e il 1947. Fu autore di 12 goal nella cavalcata che portò per la prima volta una squadra del centro-sud allo Scudetto.
    Relativamente più recente, invece, la storia di Francisco Ramón Lojacono, arrivato alla Roma nel 1960 dalla Fiorentina. I viola lo acquistarono dal San Lorenzo nel 1956 con la partecipazione del Lanerossi Vicenza, prima di cederlo alla Roma nel 1960.  Nella capitale giocò 56 partite, segnò 22 reti e vinse la Coppa delle Fiere nel 1961. Dotato di un tiro potentissimo, l’argentino faceva parlare di sé anche per la vita extra-calcistica: la capitale della dolce vita lo catturò nel suo vortice, e non era raro vederlo a via Veneto in compagnia di personaggi dello spettacolo o in qualche casinò a spendere il proprio stipendio. Rimase nella storia un suo goal contro la Juventus: dopo essersi lussato una spalla, rientrò in campo con un braccio legato sotto la maglietta, ma questo non gli impedì di segnare l’1-0 con un missile da fuori area.

    Francisco Ramón Lojacono con indosso la tuta da allenamento della Roma

    Dai fondatori italo-argentini alla passione calcistica di un Papa anch’egli italo-argentino, passando per le storie di due calciatori romanisti, la Peña RomAzulgrana e i cori della Curva Sud ispirati a quelli argentini: tanto basta per dire che quella tra Associazione Sportiva Roma e Club Atlético San Lorenzo de Almagro per alcuni sarà più di una semplice amichevole.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 30 giugno 2016

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  • In piedi allo stadio dopo Hillsborough: il Celtic apre la strada

    Dopo più di vent’anni di divieti, il Celtic sarà il primo club nel Regno Unito a permettere ai propri tifosi di stare in piedi allo stadio. Il club di Glasgow ha annunciato che per la stagione 2016-17 realizzerà una safe-standing area nella Lisbon Lions Stand. Il settore dovrebbe contenere circa 2600 posti e sarà adibito nella zona dello stadio abitualmente occupata dai tifosi della Green Brigade.

    Le caratteristiche terraces britanniche furono vietate in Inghilterra e Galles a partire dalla stagione 1994-95 seguendo le indicazioni del cosiddetto Rapporto Taylor. Il documento, redatto da una commissione presieduta del giudice Taylor, fu commissionato dal governo britannico per far luce sulle cause della tragedia di Hillsborough e per riformare gli standard di sicurezza all’interno degli stadi. La norma che vietava i posti in piedi, valida solo in Inghilterra e Galles, fu adottata anche dalla Scottish Premiere League.

    A giugno scorso però, dopo anni di negoziati, il Celtic ha ottenuto i permessi dalle autorità scozzesi per inaugurare un moderno settore in cui si possa assistere in piedi alla partita. A contribuire al rilancio delle standing areas è intervenuta anche la sentenza definitiva sulla tragedia di Hillsborough, che individua le maggiori responsabilità nell’operato della polizia inglese.

    Quella contro l’obbligo di sedersi è una rivendicazione trasversale portata avanti da più di quindici anni da numerose associazioni di tifosi britannici. Nel 2012 un sondaggio della Football Supporters’ Federation ha reso noto che il 54% dei 4000 tifosi intervistati preferiva assistere alle partite di calcio in piedi e che oltre il 91% riteneva giusto lasciare al tifoso la libertà di scegliere tra il posto a sedere o quello in piedi.

    Chi caldeggia il ritorno dei posti in piedi prende a modello l’Europa centrale, in particolare la Germania. Da tempo nei principali campionati tedeschi i vantaggi delle safe-standing areas vengono dimostrati in molti stadi. Perché è innegabile che, se da una parte tali settori contribuiscono a rendere l’atmosfera allo stadio molto più trascinante, dall’altra permettono ai tifosi di stare in piedi in aree sicure in cui l’effetto “valanga” può essere impedito dalle ringhiere installate tra una fila e l’altra. Senza dimenticare che permettono di abbassare notevolmente i prezzi di una parte dello stadio, cosa non da poco in un momento in cui il caro-biglietti è un problema riconosciuto a livello internazionale.

    Il merito del calcio tedesco è infatti quello di attirare allo stadio un pubblico socialmente molto differenziato, anche per squadre piene di campioni. I biglietti nell’area situata dietro le due porte del Bayern Monaco per le partite di Bundesliga costano solo 15 euro: meno di quanto chiedono molti club italiani per uno spettacolo di livello certamente più basso. Una delle curve più celebri al mondo, il Muro Giallo del Borussia Dortmund, è una standing area da 25 mila posti: il biglietto per assistere a un match di campionato costa poco meno di 17 euro.

    Stare in piedi allo stadio è bello per chi ama tifare, è utile al fine di supportare i giocatori e soprattutto è quello che vogliono i tifosi. Come ha dichiarato l’amministratore delegato del Celtic, Peter Lawwell, “la realtà nel calcio globale è che molti tifosi scelgono di stare in piedi durante le partite. Noi dobbiamo solo accettare e coordinare tale pratica, capendo allo stesso tempo l’impatto positivo che ha sull’atmosfera allo stadio”.

    Ma non tutti i club nel Regno Unito vedono di buon occhio i tifosi che allo stadio preferiscono cantare e stare in piedi: nel video Behind Leicester City pubblicato da Mondo Futbol, due tifosi del gruppo Union FS del Leicester raccontano di come la dirigenza abbia operato proprio per reprimere tale pratica.

    Come segnala il blog Info Azionariato Popolare, l’esperienza dei bianco-verdi di Glasgow potrebbe avere dei risvolti anche in Inghilterra e Galles. I tifosi di club come Manchester United, Chelsea e Arsenal hanno da tempo dato vita a campagne per richiedere i posti in piedi, così come alcuni club gallesi hanno presentato dei progetti ufficiali con l’appoggio dell’Assemblea del Galles.

    Anche in Italia l’argomento non ha lasciato indifferenti associazioni e gruppi di tifosi. Nel dicembre 2011, in vista della costruzione del nuovo stadio della Roma, il Supporters’ TrustMyROMA ha inoltrato alla dirigenza una lettera in cui si chiedeva di prevedere nel progetto della nuova Curva Sud una standing area. E se l’architetto Dan Meis aveva dichiarato al settimanale Bloomberg Businessweek che “i tifosi saranno comunque contenti poiché i sedili si potranno ripiegare”, la Roma ha invece lasciato trapelare che la standing area nel nuovo stadio non ci sarà.

    La UEFA prevede che le coppe europee si disputino in stadi interamente coperti da seggiolini: questo costringe i club a montare e smontare i posti a sedere nelle standing areas o a dotarsi di seggiolini chiamati rail seat, come quello mostrato nel video

    Tornando alla Scozia e al resto del Regno Unito, la strada sembrerebbe dunque segnata: i pro delle safe-standing areas sono troppi, i contro sono troppo pochi e spesso pretestuosi. Resta solo da capire quanto impiegheranno le autorità e i club britannici nel cedere a una richiesta che viene da più parti. E da vedere se in Italia, per una volta, decideremo di essere pionieri dell’innovazione in campo sportivo, o se come al solito agiremo con il tradizionale decennio di ritardo.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 5 maggio 2016

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  • Elezioni Roma 2016, ecco le proposte per lo sport di tutti i candidati

    Il 5 giugno Roma è chiamata a scegliere tra 13 candidati sindaco. Questo articolo vuole essere una mini-guida ai programmi elettorali che riguardano lo sport a Roma. Ho utilizzato come fonte principale i programmi ufficiali pubblicati dai candidati, che ho occasionalmente integrato con dichiarazioni rilasciate alla stampa.

    Alcune premesse prima di cominciare. La candidatura per ospitare le Olimpiadi 2024 è l’argomento relativo allo sport che è stato affrontato con più frequenza dai candidati. Il problema, a mio avviso, è che i candidati a favore della candidatura la hanno spesso definita come un’occasione imperdibile per intervenire in maniera efficace sul rilancio dello sport di base e sul recupero degli impianti pubblici che versano in pessime condizioni. Ovvero, fanno dipendere ciò che dovrebbe essere l’ordinario da un evento straordinario. Ma, poiché lo stesso Malagò ha dichiarato che Roma ha solo il 20% di possibilità di aggiudicarsi le Olimpiadi, la domanda sorge spontanea: se quel restante 80% dovesse avverarsi, cosa ne sarà dei piani per il rilancio dello sport a Roma?

    Il progetto del nuovo stadio della Roma (che in realtà non sarà di proprietà diretta dell’AS Roma, ma questa è un’altra storia) è probabilmente il secondo tema sportivo su cui più si sono spesi i candidati. In questo articolo, però, si vuole centrare l’attenzione sullo sport di base, sull’impiantistica usata quotidianamente, sull’ordinario, come detto, e non sullo straordinario. E il nuovo stadio voluto da Pallotta e soci ha ben poco di ordinario, essendo un maxi-progetto finanziato da investimenti privati. Altro discorso sarebbe se allo stadio si accompagnasse la realizzazione di strutture nelle periferie e la riqualifica di Campo Testaccio a spese della società giallorossa: ma di questi due interventi, entrambi promessi dalla dirigenza della Roma, non si è più sentito parlare.

    Olimpiadi e stadio della Roma hanno conquistato facilmente la ribalta delle prime pagine. Più difficilmente, invece, i media hanno dato risalto a questioni legate alla concessione degli impianti pubblici, all’accessibilità dello sport e alla difficoltà di sopravvivenza di numerose associazioni sportive. Allo stesso modo, si è sentito raramente parlare di progetti di rigenerazione per impianti come la Città dello Sport di Calatrava a Tor Vergata, mai terminata e costata centinaia di milioni, o il polo natatorio di San Paolo, utilizzato per i Mondiali di Nuoto del 2009 e poi abbandonato. Ma veniamo ai programmi, presentati seguendo l’ordine ufficiale consultabile sul sito del Comune.

    ALESSANDRO MUSTILLO

    Il programma elettorale del giovane candidato del Partito Comunista prevede di aumentare la trasparenza nell’assegnazione degli impianti comunali, “diversificando società a natura privata da associazioni di sport popolare”. Il candidato del Partico Comunista mira a porre fine a quella che è stata chiamata l’affittopoli dello sport, con circoli di lusso che pagano affitti ridicoli alle casse del Comune. Mustillo, inoltre, si prefigge di aumentare gli impianti sportivi pubblici e di accordarsi con le federazioni nazionali e le associazioni sportive romane per il loro utilizzo, così come di riqualificare lo Stadio Flaminio per farne “il progetto di punta dello sport popolare nella città”.

    VIRGINIA RAGGI

    Al punto 9 del suo programma per il Campidoglio, Virginia Raggi presenta una lista di impegni: “verificare la messa in regola degli impianti (accatastamento, collaudo, agibilità) ed eliminare le barriere architettoniche presenti; riassegnare le strutture, pur assegnate, ma in stato di abbandono; approvare un nuovo Regolamento per gli impianti sportivi di proprietà di Roma Capitale; rimodulare le tariffe comunali differenziandole per attività sportiva”.

    Inoltre, il Movimento 5 Stelle si impegna a promuovere lo sport di gruppo e l’impiantistica leggera, andando a creare delle “palestre a cielo aperto”, nonché di aumentare i “punti jogging”, gli skatepark e i percorsi ciclabili.

    FABRIZIO VERDUCHI

    L’unico punto riconducibile allo sport del suo programma è la realizzazione di 50 chilometri di piste ciclo-pedonali. Per il resto, il candidato di Italia Cristiana ha scelto di non trattare temi legati allo sport.

    GIORGIA MELONI

    Il programma di Giorgia Meloni si concentra soprattutto sulle Olimpiadi e sullo stadio della Roma. A questi due temi si aggiungono il recupero delle strutture sportive abbandonate e il rilancio del Regolamento degli impianti sportivi, “per permettere ai concessionari di rendere un servizio adeguato, investire nel potenziamento dell’offerta, costruire nuovi impianti”. La candidata ha inoltre pubblicato un video che mostra la sua visita a Campo Testaccio, promettendone la riapertura come centro sportivo comunale, e un altro che la ritrae dentro lo Stadio Flaminio, che nei suoi piani dovrebbe divenire la Casa dello Sport, “una struttura sportiva polifunzionale di cui i romani possano godere 365 giorni l’anno”.

    CARLO RIENZI

    Sul sito del Codacons, cliccando su “programma”, appare un volantino che non contempla temi sportivi. Tuttavia, il numero uno del coordinamento di associazioni dei consumatori ha proposto a Francesco Totti di divenire assessore allo sport, per poi dichiarare qualche giorno dopo: “Siamo molto delusi del silenzio di Totti. Noi abbiamo denunciato che Totti fa pubblicità al gioco d’azzardo, evidentemente deve essersela legata al dito perché non ci ha proprio risposto”.

    MICHEL EMI MARITATO

    Nel programma del candidato di AssoTutela, oltre ad un elogio della pratica sportiva come strumento di crescita umana, appare una sola proposta concreta: quella di “ampliare gli spazi di pratica sportiva”.

    ALFREDO IORIO

    Il candidato che ha tappezzato la città con manifesti inneggianti alla resistenza contro l’invasione aliena non ha un programma elettorale, o quantomeno il suo programma non è reperibile dopo più di 20 minuti di ricerca sui siti e sulle pagine social della sua lista e delle sigle che lo appoggiano (Trifoglio, Msi, Forza Nuova, Fiamma Nazionale).

    ROBERTO GIACHETTI

    La sezione relativa allo sport del programma di Roberto Giachetti è la più estesa tra quelle di tutti i candidati. A partire da pagina 75 sono descritte numerose proposte, che qui è impossibile elencare tutte esaustivamente, tra cui: valorizzazione delle associazioni che promuovono lo sport tra le fasce più deboli e tra i disabili; impegno nel garantire le pari opportunità di accesso allo sport; censimento e riqualifica delle strutture comunali degradate; sostegno delle attività economiche relative allo sport; nuovo Regolamento degli impianti sportivi e lotta a concessioni irregolari e morosità; introduzione dei “Buoni sport” per permettere ai giovani provenienti da famiglie economicamente svantaggiate di fare sport; investimenti sullo sport all’aperto; aumento delle strutture per sport come skateboard, bmx e parkour; speciale attenzione per sanare la ferita dello Stadio Flaminio.

    SIMONE DI STEFANO

    Nemmeno per Di Stefano è stato possibile rintracciare online un programma elettorale, né dichiarazioni relative a politiche sportive da attuare a Roma.

    STEFANO FASSINA

    Nel programma per il Campidoglio di Stefano Fassina lo sport è definito un “pilastro del welfare municipale”. Uno dei primi punti è quello della lotta ai canoni ridicoli pagati da privati che erogano servizi a prezzi di mercato e hanno all’interno dei circoli attività di ristorazione e negozi. Allo stesso tempo, si promette di privilegiare nell’affitto delle strutture comunali le realtà che hanno già dimostrato di saper svolgere un’attività di pubblica utilità. Un’altra proposta è quella di “realizzare un piano generale di servizi sportivi in ogni municipio, stabilendo discipline, tariffe, modalità di erogazione (per esempio ingressi giornalieri per le piscine), collegamenti con le scuole, con le ASL, coi centri anziani”. Infine, Fassina si impegna nella riattivazione e riqualifica di impianti come il Palazzetto dello Sport, lo Stadio Flaminio, la pista di atletica Paolo Rosi e quella delle, la piscina ex GIL di Montesacro e la palestra di scherma di via Sannio.

    DARIO DI FRANCESCO

    Anche il candidato sostenuto dall’Unione Pensionati e da alcune liste “clone” di quelle più famose ha ritenuto opportuno non dare diffusione al proprio programma elettorale.

    ALFIO MARCHINI

    Dei 101 punti del programma di Marchini, nessuno riguarda specificamente lo sport e le sue strutture. Eppure, il 25 maggio scorso, ha firmato presso un lounge bar di Roma Nord il “Patto per lo Sport”, proposto da un candidato della Lista Storace: un decalogo di impegni per lo sport a Roma che, tuttavia, non è reperibile online. Nel programma della Lista Storace, che appoggia la candidatura di Marchini, è invece presente un punto relativo allo sport. Recita (in versione integrale): “Impianti sportivi per ogni quartiere di Roma”. 

    Infine, Alfio Marchini ha già annunciato il nome del suo eventuale assessore allo sport: è quello di Manuela Di Centa, ex fondista, medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali del 1994, e poi deputata con Forza Italia e PdL per otto anni.

    MARIO ADINOLFI

    Nel programma del Popolo della Famiglia la parola “sport” appare tre volte, ma senza associarsi ad alcun progetto di politiche sportive per la città. Due di queste volte è associata a misure repressive: “Particolare severità verso chi corrompe o tenta di corrompere, all’interno del mondo della scuola, dei media e dello sport, i giovani” e “un sistema legale severo e ben conosciuto che stronchi i fautori e responsabili di: 1) pedofilia, 2) violenza sessuale, 3) diffusione delle droghe; 4) promotori del loro uso e della cultura dello sballo, 5) doping sportivo, 6) teppismo negli stadi, 6) degrado di città e beni culturali”.

    Non sappiamo dunque quali siano le politiche sportive che Mario Adinolfi ha pensato per la città di Roma. Sappiamo, tuttavia, che il candidato è un estimatore di Claudio Lotito, al quale ha anche dedicato questo Elogio di Claudio Lotito nel 2014.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 2 maggio 2016

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  • La Serie B apre al crowdfunding con Tifosy

    È nata la partnership che metterà in connessione le squadre di Serie B con Tifosy, la piattaforma di crowdfunding inglese dedicata al mondo del calcio. Il CEO di Tifosy Fausto Zanetton e il co-fondatore Gianluca Vialli hanno presentato il progetto assieme ad Andrea Abodi durante l’assemblea di Lega B del 21 aprile. L’utilizzo degli strumenti e delle competenze di Tifosy erano a disposizione dei club anche prima dell’accordo, ma la Lega B fa sapere che “svolgerà un ruolo di facilitatore per l’incontro fra Tifosy e le associate”.

    Un po’ come Musicraiser per la musica, Tifosy è uno strumento di raccolta fondi tematico: permette di finanziare progetti presentati da club calcistici o comunque attinenti al mondo del calcio. A differenza delle principali piattaforme di crowdfunding, però, Tifosy non permette a chiunque di iniziare una campagna: i progetti vengono selezionati e strutturati di concerto tra i proponenti e l’azienda inglese.

    Tifosy ha lanciato finora otto campagne di finanziamento, di cui quattro portate a termine e altrettante ancora in corso. Tra quelle concluse, spicca senza dubbio #WeAreParma, che nell’ambito della rinascita del Parma Calcio 1913 ha fatto sì che i tifosi raccogliessero più di 170 mila euro per costruire il Museo Crociato dentro allo Stadio Tardini.

    In Inghilterra, invece, i tifosi del Bradford hanno messo insieme 150 mila sterline per dotare lo stadio di spogliatoi nuovi e di un maxi-schermo, mentre quelli del Portsmouth hanno finanziato buona parte del nuovo centro sportivo con 270 mila sterline.

    La prima fasedell’accordo con la Serie B prevede la partecipazione di quanti più tifosi possibili a un sondaggio online, con lo scopo di capire quali sono le piazze più adatte all’avvio di un crowdfunding. Seguirà dunque la fase di analisi dei dati e poi prenderanno vita i primi progetti.

    «Tuttavia», ci spiega Fausto Zanetton, «la prima campagna di crowdfunding consisterà nel finanziamento di un campo di calcio a Lampedusa. È un progetto di beneficenza fortemente voluto dalla Lega, destinato indistintamente ai locali e ai migranti».

    «Per quanto riguardo l’avvio dei primi progetti riguardanti i club di Serie B», continua Zanetton, «ci avvaliamo dei dati e dei consigli della Lega per capire dove è meglio cominciare. Alcune società si sono avvicinate, ma stiamo considerando tutto con molta calma perché devono essere idee e progetti credibili presentati da club stabili a livello societario e finanziario. Il ruolo della Lega è importante proprio per questo: sono i primi a non voler fare brutte figure».

    Rispetto alla possibilità che il crowdfunding venga utilizzato dai presidenti di B come mero strumento di raccolta fondi, il CEO di Tifosy risponde così: «Speriamo di poter promuovere la cultura del fan engagement, non solo in Italia ma anche nel Regno Unito. Anche lì per molti proprietari di club il crowdfunding è un concetto nuovo. Io spiego loro che sì, serve a ottenere soldi dai tifosi, ma il vantaggio principale è la partecipazione, coinvolgere la comunità in un progetto importante. Ad esempio, ora che le nuove training facilities del Portsmouth stanno aprendo, in città e sui social network c’è grande fermento e tutti si vantano di aver contribuito alla loro realizzazione».

    Tifosy si è dotata da poco della licenza per poter svolgere anche crowdfunding di tipo equity e debt-based. Il primo permette di contribuire a fondo perduto, come nel crowdfunding normale, ma ottenendo in cambio delle quote della società. Il secondo, utilizzato per finanziare progetti molto costosi (sì, anche stadi), è un vero e proprio prestito che i tifosi fanno al club: chi partecipa ottiene indietro i soldi con gli interessi e alcuni privilegi, ad esempio membership speciali.

    Dopo l’esperimento – ben riuscito – di Parma, Tifosy si prepara dunque allo sbarco su vasta scala nel calcio Italiano. Da un lato, il timore è che alcuni presidenti possano sfruttare la passione al solo scopo di ottenere un ulteriore finanziamento da parte dei tifosi, che già contribuiscono ampiamente pagando biglietti, merchandising e, indirettamente, abbonamenti alla pay tv.

    Dall’altro, la speranza è che strumenti del genere possano giovare al calcio italiano, permettendo alle dirigenze di capire il valore della comunità che si riunisce attorno a un club. Perché, è vero, di soldi ce n’è bisogno, ma c’è ancor più bisogno di ripensare il rapporto tra i club e i tifosi, in favore di una gestione più trasparente, inclusiva ed economicamente virtuosa delle società di calcio.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 28 aprile 2016

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  • Copa América: gli Stati Uniti alla conquista del Fútbol

    La Copa América compie un secolo. E non importa che si sia giocata la scorsa estate in Cile, con la prima storica vittoria del paese ospitante. A giugno si svolgerà negli Stati Uniti la Copa América Centenario, prima edizione del campionato continentale più antico del mondo a tenersi fuori dal territorio sudamericano. Il torneo è come sempre organizzato dalle confederazione sudamericana CONMEBOL, che si avvarrà della collaborazione di quella dell’America centro-settentrionale e dei Caraibi, la CONCACAF, e della federazione del paese ospitante, la U.S. Soccer.

    I quattro gironi vedranno affrontarsi tutte le dieci squadre della confederazione sudamericana e sei rappresentative provenienti dal resto delle Americhe. La partita inaugurale sarà USA-Colombia e si svolgerà il 3 giugno al Levi’s Stadium a Santa Clara, in California, nell’impianto che ha ospitato anche il Super Bowl 50. La quarantacinquesima Copa América si configurerà come un vero e proprio torneo panamericano, nonché come il più importante evento calcistico negli Stati Uniti da USA 1994.

    Sono dieci gli stadi che accoglieranno le selezioni americane in tutto il territorio statunitense. New York ospiterà la finale nell’imponente MetLife Stadium, sede delle due squadre di football americano New York Giants e New York Jets. Tutti gli impianti selezionati hanno almeno 60.000 posti e sono situati in zone dalla forte concentrazione di popolazione latinoamericana: una scelta ovviamente non casuale.

    L’ex presidente della CONCACAF Alfredo Hawit, arrestato a dicembre 2015 nell’ambito degli scandali che hanno scosso la FIFA, nel 2012 aveva commentato così la decisione di svolgere il torneo negli Stati Uniti: “Perché il mercato è negli Stati Uniti, gli stadi sono negli Stati Uniti, la gente sta negli Stati Uniti”.

    Mercato, stadi, gente. Queste sembrerebbero essere le tre chiavi che hanno portato la CONMEBOL alla decisione di proporre la Copa América 2016 in versione a stelle e strisce. Mercato, perché un evento di questa portata nel paese del dollaro significa enorme attenzione internazionale e diritti tv ben pagati. Stadi, perché gli impianti che ospitano il football della NFL e il soccer della MLS sono tra i più moderni e capienti del continente. Gente, perché centinaia di migliaia di latinos non vedono l’ora riempire proprio quegli stadi senza doversi neanche spostare.

    I biglietti sono già in vendita, nonostante le polemiche. Il comitato organizzativo del torneo ha per ora messo in vendita solo i venue pass, ovvero i biglietti cumulativi che permettono l’accesso a tutte le partite previste in uno dei dieci stadi. I biglietti singoli usciranno solo se gli stadi non dovessero andare sold-out con i pass: una strategia mossa dall’esigenza di riempire gli enormi impianti anche per partite dal basso appeal. I prezzi, tra l’altro, non sono proprio popolari: come riporta Forbes, il costo medio di un venue pass è di 888 dollari. Con buona pace di chi, residente negli USA o all’estero, vorrebbe assistere ad una sola partita.

    Secondo il messicano La Aficiòn, gli organizzatori stimano di ottenere 120-180 milioni di dollari in biglietti e almeno altri 100 tra sponsor e diritti TV, per un totale di circa 300 milioni di dollari di ricavi. Numeri che permetterebbero all’edizione 2016 di raddoppiare i ricavi rispetto a Cile 2015, che portò circa 115 milioni di dollari nelle tasche della CONMEBOL.

    Insomma, non male per un’edizione nemmeno prevista dall’incedere quadriennale della competizione. D’altronde c’è un centenario da festeggiare, ma soprattutto c’è un particolare do ut des tra le confederazioni che vogliono battere cassa e una nazione che nei prossimi decenni punterà a conquistare anche il mondo del calcio. E cosa c’è di meglio che importare un prestigioso torneo continentale per mettere in mostra la propria nazionale maschile, che ottiene visibilità internazionale solo una volta ogni quattro anni col Mondiale?

    Al momento, non avendo da offrire grandi talenti o campionati granché avvincenti, gli Stati Uniti offrono al mondo del calcio ciò che hanno, e di certo non è poco: mercato, stadi e gente. Che siano gli ultimi inverni di un campione, tournée estive di grandi club o campionati continentali, le porte sono aperte.

    Nonostante adesso sembri tutto avviato, la coppia calcio sudamericano & mercato statunitense ha rischiato di scoppiare. Sarebbe stato difficile il contrario, quando l’intelligence statunitense fece venire allo scoperto la fitta trama di corruzione che per decenni avrebbe condizionato l’assegnazione di Mondiali, diritti TV e accordi di marketing legati alle competizioni.

    Quel 27 maggio 2015, nella retata presso l’Hotel Baur au Lac di Zurigo che sconvolse il calcio mondiale, finirono in manette anche Jeffrey Webb ed Eugenio Figueredo, i presidenti di CONCACAF e CONMEBOL. Esattamente le uniche due persone sedute al tavolo dei relatori durante la conferenza stampa di presentazione della Copa América Centenario. Non una bella immagine per la reputazione del torneo.

    Al centro dello scandalo finirono anche degli imprenditori: in particolare furono indagati gli argentini Alejandro Burzaco, CEO della “Torneos y Competencias”, e Hugo e Mariano Jinkis,a capo della “Full Play Group”. Le due società erano parte del gruppo Datisa, che con 320 milioni di dollari si era assicurato sponsorizzazione e diritti TV per le Copa América 2015, 2016, 2019 e 2023.

    Come riporta Inside World Football, l’FBI rilevò che Datisa, per aggiudicarsi i diritti, aveva acconsentito a pagare 110 milioni di dollari in tangenti a Webb, Figueredo e altri dirigenti FIFA. Nel dettaglio, sarebbero state pagate mazzette pari a 20 milioni per la firma del contratto, 30 milioni per l’edizione del centenario e 20 milioni per ognuna delle edizioni canoniche.

    La tabella a pagina 112 del documento d’accusa dell’FBI, che sintetizza tangenti e contratti relativi ad ogni edizione della Copa América

    Traducendo da pagina 105 del documento d’accusa diffuso dall’FBI, “ogni pagamento da 20 milioni andava suddiviso tra i destinatari delle tangenti come segue: 3 milioni a ognuno dei tre principali dirigenti della CONMEBOL (il presidente della confederazione e i presidenti delle federazioni argentina e brasiliana); 1.5 milioni a ognuno degli altri sette presidenti delle federazioni della CONMEBOL; 0,5 milioni a un undicesimo dirigente della CONMEBOL”.

    Non c’è dunque da stupirsi se in estate la U.S. Soccer presentò un documento segreto contenente una lista di condizioni alle quali la CONMEBOL avrebbe dovuto attenersi, se avesse voluto mantenere la possibilità di svolgere la Copa América negli Stati Uniti.

    Nel frattempo, i media statunitensi si chiedevano se non fosse il caso di rinunciare ad ospitare la competizione. Dopo l’emergere dello scandalo FIFA, nessuno poteva dire con certezza se la Copa América 2016 si sarebbe svolta negli Stati Uniti. A metà ottobre, poi, la mossa che rassicurò tutti: la CONMEBOL comunicava ufficialmente che il contratto con Datisa era stato rescisso bilateralmente. The show can go on.

    La Copa América Centenario si svolgerà dunque negli Stati Uniti dal 3 al 26 giugno 2016. Non è stata fermata né dal terremoto che ha sconvolto la FIFA, né dalla naturale diffidenza dei sudamericani nel disputare il loro torneo continentale in territorio yankee. I gironi sono usciti da poco e vedranno gli Stati Uniti impegnati in quello che è già stato definito “gruppo della morte” con Colombia, Costa Rica e Paraguay, mentre il duello con cui ci eravamo lasciati, quello tra Cile e Argentina, si riproporrà sin da subito nel girone D.

    Per i calciofili, la notizia è che a giugno che ci saranno sedici giorni di Europeo e Copa América in contemporanea. Se non avremo un atteggiamento troppo eurocentrico, potremo ogni tanto volgere lo sguardo all’altro lato del mondo, per accorgerci che con la prima vera coppa panamericana è iniziata una nuova era del calcio. Che tutto sarà, meno che eurocentrica.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 22 febbraio 2016

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  • Boca Juniors: i tifosi contro il progetto di abbattimento della Bombonera

    Forse è il più bello stadio del mondo: per il calore e l’energia che riesce a trasmettere, per la sua carica simbolica ed i significati che racchiude. Quelli di un calcio vissuto come festa popolare, chiassoso, colorato, latino. Per alcuni, però, è solo un vecchio impianto fatiscente che merita di essere consegnato alla memoria. La Bombonera, sovraffollata ad ogni partita, condannata dalla densità del suo quartiere a non potersi espandere oltre il proprio perimetro, sembrerebbe refrattaria a qualsiasi restyling sulla falsa riga dei grandi impianti europei. Ma soprattutto non sembra poter garantire tanti profitti quanti ne porterebbe la costruzione di un nuovo stadio per il Boca Juniors.

    Il promotore del progetto è Daniel Angelici, divenuto a dicembre nuovo presidente del club a seguito delle elezioni in cui il popolo xeneize, come da statuto, è stato chiamato a scegliere la propria guida. Angelici è un uomo di fiducia di Mauricio Macri, attuale presidente dell’Argentina e presidente del Boca dal 1996 al 2007. Per molti, è ancora quest’ultimo a tirare i fili del club più titolato del Sudamerica.

    Angelici aveva presentato l’idea nel proprio programma e ora, forte del risultato elettorale, si sente legittimato a sciogliere un legame che dura da più di 75 anni. Il suo progetto prevede di costruire a pochi isolati di distanza dalla Bombonera un moderno impianto da 80 mila posti, con ristoranti, negozi e servizi di ogni tipo, sponsorizzato da una grande impresa. Un’idea che ha fatto rabbrividire buona parte del tifo e che è valsa al nuovo impianto l’eloquente soprannome di estadio-shopping, stadio-centro commerciale.

    Alle elezioni per la presidenza del club, pur risultando come vincitore, Angelici ha ottenuto solo il 43%. Poiché il programma degli altri due candidati prevedeva di continuare ad usare lo stadio di sempre, sono in molti ora quelli che criticano la risolutezza di Angelici nel dare l’addio allo stadio più famoso d’Argentina. D’altronde, è difficile ipotizzare che la maggioranza dei soci sia favorevole ad una proposta di questo tipo.

    Ameal e Beraldi, gli altri due candidati, prevedevano invece un piano di restauro e ammodernamento dello storico impianto. In particolare, il primo, con lo scopo di aumentarne la capienza, aveva proposto di rinunciare alla famosa struttura “a forma di D” dello stadio. Si sarebbe così abbattuta la struttura verticale, che ospita solo dei balconcini, per costruire un’ampia tribuna speculare all’altra.

    Il presidente macrista, però, procede sulla sua strada, sicuro di trovare una sponda anche presso istituzioni locali e nazionali. Le ragioni con le quali sta motivando il progetto sono molte, ma tre sono quelle più citate. In primis, il nuovo stadio sarebbe la soluzione al problema – riconosciuto da tutti – del sovraffollamento della Bombonera. Una soluzione che faciliterebbe l’accesso anche ai turisti e ai cosiddetti tifosi occasionali. Inoltre, Angelici dichiara di sottostare a delle indicazioni pubblicate dalla FIFA nel 2011, che raccomandano ai club di far sedere tutti gli spettatori allo stadio.

    Infine, il presidente ha più volte richiamato una legge locale in cui si stabilisce che gli stadi della città di Buenos Aires debbano avere seggiolini per il 75% della propria capacità. Una modifica che ridurrebbe ulteriormente l’attuale capacità della Bombonera. Ma gli oppositori del progetto sostengono che il provvedimento sia sempre stato ignorato da tutti perché inapplicabile, tant’è che la data entro cui i club avrebbero dovuto adattarsi è stata posticipata già due volte.

    Tale legge fu proposta nel 2008 all’organo legislativo di Buenos Aires da Oscar Moscariello, al tempo capogruppo del partito di Macri presso la Legislatura della capitale e in seguito vicepresidente del Boca. Un percorso che induce molti a pensare che i rappresentanti del partito al governo, in realtà, si siano prima preparati il campo con una legge inapplicabile per questioni di spazio nell’attuale Bombonera, per poi utilizzarla come uno dei motivi in favore del nuovo stadio.

    Per molti tifosi del Boca, tra cui l’organizzazione Boca es Pueblo, il progetto rappresenterebbe essenzialmente un modo per alimentare i rapporti tra il partito di Macri e le imprese di costruzioni ad esso vicine, nonché un espediente per allontanare la parte più calda e popolare del tifo con prezzi più alti e modalità di accesso più restrittive.

    Il nuovo impianto rappresenterebbe la perdita di identità per tutto il popolo azul y oro, che a stento si riconoscerebbe in uno stadio pieno di turisti, negozi e ristoranti. E, se è vero che la tifoseria del Boca è il jugador número doce, anche le prestazioni della squadra risentirebbero di un ambiente più freddo e composto.

    Il nuovo stadio, inoltre, rappresenterebbe un’enorme fonte d’indebitamento per il club. Non a caso, Angelici si è già detto disponibile a vendere i naming rights a qualche multinazionale. Una soluzione che ha fatto inorridire gli amanti della Bombonera, chiamata così dal giorno della sua inaugurazione per essere stata paragonata dal suo architetto ad una scatola di cioccolatini.

    I tifosi del Boca di certo non stanno a guardare e già si stanno dando da fare per contrastare il pensionamento del loro amato stadio, che nei piani di Angelici andrebbe coperto per ospitare eventi di intrattenimento e altri sport. A fronte del dissenso esternato in numerose manifestazioni in tutta la nazione, Angelici ha dichiarato che la questione sarà sottoposta ad un referendum tra i soci. Se ad alcuni è sembrato un passo indietro, o quantomeno un’apertura a soluzioni alternative, sono molti invece quelli che diffidano da questa dichiarazione: una consultazione di questo tipo non è prevista dallo statuto del Boca e le regole sarebbero scritte dalla dirigenza.

    Referendum o no, Angelici ha già compiuto il primo, grande passo avanti verso la costruzione del nuovo stadio: si è aggiudicato a prezzo stracciato i terreni pubblici della “Casa Amarilla”, a qualche via di distanza dalla Bombonera. Senza ovviamente consultare i soci. Il Boca Juniors è risultato essere l’unico partecipante ad una gara d’appalto “per lo sviluppo e il miglioramento di Casa Amarilla”, con un progetto che affianca allo stadio alcuni servizi per i residenti, come una biblioteca e altri spazi ricreativi. A detta di alcune associazioni di quartiere, che non vogliono un altro stadio là dove erano state previste case popolari, la gara è stata pensata ad hoc: era infatti aperta solo ad organizzazioni di almeno 500 persone, con alle spalle un capitale milionario e con almeno 10 anni di esperienza nel quartiere della Boca. Praticamente, solo il Boca Juniors.

    Al contrario di quanto accade in altre parti del mondo, non saranno dunque gli impedimenti burocratici ed economici a rallentare il progetto di Angelici e Macri. E mentre i cugini del San Lorenzo difendono la propria storia ottenendo la costruzione di un nuovo stadio, quelli del Boca saranno costretti ad opporsi al nuovo impianto per salvare la propria identità. Cammini opposti, ma mossi dagli stessi sentimenti. 

    Forse il popolo xeneize vincerà la difficile battaglia contro i poteri forti del club, della città e della nazione, riuscendo a salvare la Bombonera dal suo pensionamento. Agli amanti del calcio, tuttavia, è consigliato di prevedere a breve un viaggio a Buenos Aires, per non ritrovarsi costretti in futuro a dover comprare i biglietti di un musical solo per vedere quella che un giorno fu la Bombonera.

    Pubblicato su Gioco Pulito il 9 febbraio 2016

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