A Cobham, qualche chilometro a sud-ovest di Londra, ci si va con un treno direttamente dalla stazione di Waterloo. Appena scesi dai vagoni si nota già la principale attrazione locale: il centro sportivo del Chelsea. Quasi stupisce il contatto diretto con un luogo così inaccessibile, con lo sguardo che, dal ponte pedonale che scavalca la ferrovia, può facilmente curiosare nei campi di allenamento dei Blues, mal protetti da un telone di plastica verde. L’allenamento pomeridiano diretto da Sarri è finito da poco e ad attenderci all’interno della struttura c’è uno dei due ex romanisti in forza alla squadra, Emerson Palmieri.
Categoria: Interviste
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Conversando con Dacia Maraini – Il calcio secondo Pasolini
Intervista di Valerio Curcio a Dacia Maraini pubblicata in appendice a “Il calcio secondo Pasolini”, 2018, Aliberti Compagnia Editoriale
Dacia Maraini è un’attenta osservatrice della nostra società e dei cambiamenti culturali che l’hanno caratterizzata nel tempo. APier Paolo Pasolini è stata legata non solo da una convinta vicinanza professionale tra intellettuali, ma soprattutto da uno stretto vincolo di amicizia e da una profonda condivisione di ideali e di vedute sulla vita e sulla società: come emerge da questa breve conversazione con l’autore del libro, in cui è stata “costretta” a parlare di calcio, pur se dal punto di vista biografico e artistico di Pasolini.
Quanto contava il calcio nella quotidianità di Pasolini?
Contava molto, non tanto nel senso del tifo, ma come gioco, anche erotico. Il suo modo di mettersi alla pari con i ragazzi di vita, il suo modo di immergersi nella gioia del moto e dello svago. Ricordo che una volta l’abbiamo perso di vista durante uno dei tanti viaggi in Africa e l’abbiamo cercato dappertutto senza trovarlo. Eravamo preoccupati. Poi improvvisamente, l’abbiamo visto in riva al mare che giocava a calcio con una banda di adolescenti. Era bravissimo e infilava un gol dietro l’altro. Era chiaro che quei ragazzi lo ammiravano e ne erano affascinati, pur non sapendo che era un famoso scrittore e un famoso regista. Ancora ricordo la sua felicità, il suo impegno, la sua gioia nel correre in mezzo alle dune. Si capiva che si sentiva finalmente libero dalla sua maschera sociale, dagli impegni pubblici e dai pettegolezzi di chi lo guardava con sospetto.
Franco Citti ha raccontato che «dopo le partite, si ammusoniva di nuovo. Era come se all’improvviso cadesse un velo su tutto».
Secondo me Pier Paolo andava avanti con la testa rivolta indietro. Inseguiva un sé stesso bambino che scappava. Quando giocava, quel bambino prendeva corpo assieme al pallone; quando finiva di giocare, tornava l’adulto inquieto e doloroso che era diventato.

PPP in campo con la maglia azzurra della nazionale dello spettacolo Dalle sue opere e dal suo vissuto emerge l’attrazione di Pasolini per un calcio fatto di corpi, muscoli in tensione, sudore. E i suoi compagni di squadra raccontano che nelle partite metteva in gioco il proprio corpo in maniera quasi narcisistica: la divisa sempre perfetta, la forma fisica smagliante, la ricercata attenzione dei fotografi. Lei ha definito la sua omosessualità come “curatela” e come “gioco”. Sembra una definizione assai calzante con tutto ciò.
Certamente il gioco per lui era anche erotico. Giocando faceva l’amore simbolicamente con quei ragazzini che lo incantavano. Però ci tengo a dire che non c’era niente di violento e di aggressivo in lui. Il gioco era fatto di regole – che lui seguiva con attenzione – di rispetto per l’avversario e allegria del movimento. Tante volte lo hanno accusato di violenza, perfino, denunciato per quello. E invece Pier Paolo era un uomo mite e dolce. Solo a parole, nei suoi scritti, diventava provocatore e a volte anche aggressivo, ma nella vita era pacato e gentile. Non avrebbe fatto male a una mosca. Semmai si metteva nella condizione di suscitare la violenza altrui. Come tutte le persone timide, introverse e miti attirava l’aggressività dei prepotenti. E di fatto è morto così, fatto oggetto dell’odio e della violenza altrui.
Nel 1963 intervistò i calciatori del Bologna per Comizi d’amore. Cosa è significato a quei tempi interrogare dei calciatori su un argomento come il sesso, allora di fatto ancora un tabù?
Era qualcosa di innovativo e anticonformista. Ma, come ho detto, le sue domande non erano mai provocatorie o prepotenti. Lui voleva capire ed era molto attento ai giovani e ai loro sogni.
«Che le donne giochino a pallone è uno sgradevole mimetismo un po’ scimmiesco. Esse sono negate al calcio come Benvenuti o Monzon». Questa fu la risposta che diede nel novembre 1975, in una delle sue ultime interviste, sulle pagine del «Guerin Sportivo».
Se le donne giocano cercando di fare gli uomini, ha ragione lui. Se invece giocano per il piacere di giocare, senza imitare la brutalità e, diciamolo pure, la corruzione del grande calcio maschile, perché no, fanno bene.
[…] La partitella, nel cuore della borgata,
PPP, “Pietro II”, in “Poesia in forma di rosa”
tra i lotti che oltre al sole, e a qualche figura
di sorella, di madre, coi golf dei giorni di lavoro,
non hanno nulla da offrire alla nuova primavera…
Correndo Giorgio ha la faccia di Carlo Levi,
divinità propizia, facendo una rovesciata,
Giannetto ha l’ilarità di Moravia, il Moro
rimandando, è Vigorelli, quando s’arrabbia o abbraccia,
e Coen, e Alicata, e Elsa Morante, e i redattori
del Paese Sera o dell’Avanti, e Libero Bigiaretti,
giocano con me, tra gli alberelli del Trullo,
chi in difesa, chi all’attacco. Altri,
con Pedalino dal maglione arancione
o Ugo coi blue-jeans dell’anno scorso bianchi sul grembo,
stanno appoggiati lungo il muro color miele della prigione
delle loro case, Benedetti, Debenedetti, Nenni,
Bertolucci con la faccia un po’ sbiancata dal sole,
sotto la fiacca falda del cappello, e il dolce ghigno
della certezza sacra degli incerti. […]In “Pietro II”, Pasolini sovrappone dei ragazzini impegnati in una partitella in borgata alle figure di intellettuali e politici del tempo, tra cui anche lei. Questo frequentare con disinvoltura tanto ambienti del sottoproletariato quanto élite culturali rappresenta in qualche modo un’altra delle apparenti contraddizioni della sua vita?
Sì, Pier Paolo era spesso in contraddizione con sé stesso. Fra l’altro le donne che lo circondavano erano intellettuali, agguerrite, colte, consapevoli. Nelle donne cercava le sue simili. Nei ragazzi cercava invece l’altro, il corpo sessuato da conquistare e amare. Lui diceva spesso che non avrebbe mai potuto fare l’amore con una donna perché sarebbe stato come farlo con sua madre. Aveva un rapporto viscerale con la madre, evidentemente nato in famiglia quando il padre, da affettuoso e paterno, era diventato ostile e rabbioso. Il legame con la madre era diventato il solo sentimento forte della sua vita. Basta leggere alcune poesie che le ha dedicato. Sono struggenti dediche d’amore.
È giusto ritenere che fu tra i primi a ravvisare l’avvento della società del consumo di massa anche in ambito sportivo?
Con me non parlava di calcio. Ma certo molte sue parole suonano profetiche anche nei riguardi del calcio, soprattutto di quello ufficiale, legato ai troppi soldi e alla troppa pubblicità che hanno portato la corruzione all’interno del mondo sportivo.
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Il direttore della Panini: “L’album Calciatori, tra novità e tradizione”
Novità e tradizione. Sono questi gli elementi che formano il segreto magico dell’album “Calciatori” Panini, presentato ieri a Milano nella sua ultima versione. È Antonio Allegra, direttore per il mercato italiano, a raccontarci la 58ª edizione delle figurine più amate dagli italiani: «L’elemento di novità è anche quello di tradizione, perché questa collezione si chiama “Calciatori” ma da alcuni anni non c’erano giocatori in copertina: ora sono tornati.
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Lino Aldrovandi: “Il volto di mio figlio unisce i tifosi d’Italia”
Roma-Spal è la partita di Federico Aldrovandi. Da un lato la squadra della città in cui è nato e in cui quattro agenti in divisa lo hanno ucciso senza un motivo. Dall’altro Roma, il luogo dove in un’aula di tribunale la lotta dei suoi genitori per la verità ha finalmente ottenuto un riconoscimento. Roma-Spal è la partita di Federico anche perché l’anno scorso divenne tristemente famosa per il divieto d’accesso imposto alla bandiera con il suo volto, portata da Ferrara dai tifosi spallini. Ed è proprio il papà Lino a ricordarlo a Il Romanista: «Quel drappo di stoffa non è un’offesa verso nessuno. È una forma umana di esprimere non il colore della propria squadra, ma quello della vita. È il rispetto verso un ragazzo ucciso senza una ragione una maledetta domenica mattina. Quando per la prima volta vidi quella bandiera mi si aprì il cuore. Io l’ho sempre intesa come un segno di pace. La presenza del suo volto farebbe bene anche all’immagine della polizia, ma da parte di alcuni a volte si continua a cercare di mettere la polvere sotto al tappeto».
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Montagliani, vicepresidente FIFA: “Var necessario nei tornei internazionali. La Roma? Un grande progetto”
Attuale vicepresidente della Fifa, presidente della Concacaf, in passato presidente della Federazione di calcio canadese. È questo il profilo di Victor Montagliani, numero uno del calcio in Nord America, Centro America e Caraibi, che insieme a Infantino sta guidando la delicata transizione della Fifa dopo il terremoto che ha portato alle dimissioni di Blatter e a decine di mandati di cattura internazionale e di richieste di estradizione per i dirigenti corrotti. Proprio la sua confederazione è risultata essere quella più disastrata, con i suoi due predecessori entrambi arrestati per corruzione. «È un cambiamento che dovremo condurre per anni», spiega il dirigente di origini abruzzesi, «e non ci sarà mai un momento in cui potremo dire: abbiamo finito».
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Ultimo, dalla Curva Sud a Sanremo: «Sono abbonato da anni, che rabbia le barriere. Per Totti ho pianto»
Questa intervista nasce in maniera molto divertente. Chi nei giorni scorsi ha tenuto d’occhio i social network del Romanista sa che la redazione ha seguito con grande trasporto il 68° Festival della Canzone Italiana. Venerdì sera Ultimo, al secolo Niccolò Moriconi, vince la sezione Nuove Proposte di Sanremo e pochi minuti dopo esce un articolo sul nostro sito che ne dà notizia, riscuotendo un enorme successo sui social nonostante l’orario notturno. Il giorno dopo, poi, arriva un messaggio sulla nostra posta di Facebook: “Ciao grandi sono Ultimo… Vi seguo con amore da sempre… Forza Roma!”. Il mittente è un profilo un po’ anonimo, tanto che la redazione avanza qualche dubbio sull’identità di chi si cela dietro un nome utente assai strano, che ovviamente non riveliamo per permettere a Ultimo di continuare a godersi un po’ di social-tranquillità. La risposta non si fa attendere: “So’ io, so’ io”. E arriva un selfie stralunato che non lascia scampo a dubbi. E così tra un intervento in radio e uno in tv Ultimo ci ha raccontato la sua Roma, la sua Curva, il suo numero 10 e il suo quartiere.
Partiamo proprio da come è nata questa intervista: allora siamo sicuri, sei tu davvero?
«Ho un profilo su Facebook in cui ho dieci amici e seguo tre pagine, tra cui la vostra. Vi ho scritto da lì e sono io davvero!».* * *
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Il calcio di Giacomo Losi: “In campo valori e umiltà, sugli spalti amore e ombrellate”
Conoscere di persona i campioni del passato fa un certo effetto. Ancor di più se ci si trova davanti Giacomo Losi, quindici stagioni nell’AS Roma dal 1954 al 1969, terzo per presenze dopo Totti e De Rossi. Mai un’espulsione in carriera, un solo cartellino giallo proprio durante l’ultima partita.
L’effetto è amplificato se il tutto accade nell’angusto spogliatoio di un campo di calcio romano, dove ogni sabato mattina “er Core de Roma” dirige gli allenamenti dell’ItalianAttori. Losi ha portato con sé un oggetto speciale. Avvolta in un foglio di carta, dal suo borsone estrae la riproduzione in scala della Coppa delle Fiere che sollevò nel 1961: “Tiè, lo sai che è questa?”. È l’esemplare in miniatura che consegnavano solo ai capitani delle squadre vincitrici.
Lo scorso 11 ottobre è ricorso l’anniversario della vittoria della Coppa delle Fiere del 1961, unico trofeo internazionale vinto dalla Roma oltre al Torneo Anglo-Italiano. In carriera lei ha inoltre vinto due coppe nazionali. L’odierna Europa League e la Coppa Italia sono oggi competizioni sottovalutate?
Chi le sottovaluta sbaglia. Questo è l’unico trofeo europeo vinto dalla Roma. [Mi porge la replica della Coppa delle Fiere, nda]. Uno deve scendere in campo sempre con l’idea di vincere. Io se potevo vincere anche la Coppa del Nonno, davo tutto e cercavo di trasmetterlo ai miei compagni. In Svizzera giocammo la Coppa delle Alpi: io volevo vincerla, anche se era considerata una competizione secondaria. Sai, noi romanisti abbiamo poco da fare gli schizzinosi.Quanto sono cambiati i calciatori dai tempi in cui lei giocava?
Moltissimo. In generale c’era più umiltà. Oggi molti sono orientati più al proprio tornaconto che a quello del gruppo. Pensa che io giocai il ritorno di Roma-Hibernian, semifinale di Coppa delle Fiere, il giorno dopo aver giocato in Nazionale. Arrivai al ritiro pre-partita e l’allenatore mi chiese: “Te la sentiresti di giocare?”. E io: “Subito!”. Poi lo chiese agli altri che risposero: “Magari!”. E chissà come sarebbe andata senza di me, visto che sul pareggio salvai un goal sulla linea permettendo alla Roma di giocare la bella, che vincemmo 6-0.
E i tifosi come sono cambiati?
I tifosi oggi sono più polemici, si sentono tutti allenatori. Ai miei tempi c’era il vero amore incondizionato. Andavano allo stadio per vedere la partita, tutta la famiglia, con le pagnottelle da mangiare. L’Olimpico era pieno anche se giocavamo contro la Pro Patria. Oggi la partita non è più il “rito sacro” che diceva Pasolini, lo stadio non si riempie nemmeno al derby. L’ultima volta che sono andato guardavo gli spalti semivuoti e mi faceva impressione. Non si fa nulla per avvicinare i tifosi.Poi, questa storia delle barriere nelle curve dell’Olimpico è assurda. Come se c’entrassero qualcosa con la violenza. Ai tempi miei c’erano le vere risse sugli spalti, ma non gli si dava tutta questa amplificazione mediatica. Oggi invece se ogni tanto c’è una scazzottata viene montata da giornali e tv come fosse la fine del mondo. Ai tempi miei sai le ombrellate che volavano! Ma mica se ne accorgeva nessuno, finiva lì.
Lei con Pasolini ci ha giocato, vero?
Ci ho giocato e l’ho allenato, perché già al tempo allenavo la Nazionale Attori. Nel 1971 giocai con lui una partita allo Stadio Flaminio: ex giocatori di Roma e Lazio contro attori. In quell’occasione lo marcavo, era un giocatore modesto, ma innamorato di questo sport. La cosa bella è che non faceva pesare la sua personalità: lui era Pasolini cazzo, ma non ce ne accorgevamo.
Avevamo molto in comune, se ci penso. Entrambi negli anni Cinquanta eravamo venuti dalla provincia del Nord in questa enorme capitale col cuore pieno di speranza. Tutti e due ne siamo divenuti un simbolo.
Eravamo entrambi due antifascisti: io da piccolo portavo le munizioni ai partigiani che dalle mura sparavano ai nazisti, mio padre era facchino e mia madre filandiera. Nonostante ciò parlammo sempre e solo di calcio, mai di politica. Con lui era così. Oggi l’Italia avrebbe bisogno di un intellettuale come lui, anche lo sport ne beneficerebbe.
La dirigenza dell’AS Roma secondo lei sta valorizzando la memoria del club?
Qualcosa hanno fatto, come la Hall of Fame, ma si potrebbe fare di più. Non dobbiamo mai dimenticare il nostro passato. I giovani devono imparare la storia, e invece i tifosi di oggi non sanno nemmeno come è nata l’AS Roma. Anche Campo Testaccio è scandalosamente abbandonato. Per me, da romanista, quel campo è una reliquia: ci vorrebbe un maggiore sforzo per salvarlo.
Lei ha una scuola calcio a Valle Aurelia. Com’è il calcio di base a Roma?
Il comportamento dei ragazzini è diverso dai tempi miei. Molti genitori pensano di avere in casa un Totti o un Pelè. I miei non sapevano nemmeno che andavo a Cremona a giocare, non so se mi spiego. Ed avevo sedici anni! Mai che mio padre m’avesse detto: “T’accompagno io”. Era impossibile che la cosa si esasperasse, si restava coi piedi per terra.
Oggi invece tutto è esasperato. Questo rovina i tifosi e i giovani appassionati. I bambini di oggi non hanno con la passione del calcio come sport, hanno la passione del calcio come spettacolo televisivo, o videogioco, quelle cose elettroniche là.
Così si perdono i valori del vero calcio, quindi non mi stupisco che ci sia il doping anche tra i giovani delle categorie amatoriali. Alcuni ne approfittano, altri sono ingenui e pensano che queste cose gli facciano bene. Io le pasticchette di Herrera le buttavo per terra, lui non mi accettò anche per questo.
Cosa insegna ai bambini?
La prima cosa che insegno sul campo è l’educazione. Mi piace che in campo si comportino bene perché se lo fanno in campo lo fanno anche nella vita. Quando presi il mio primo ed unico cartellino giallo, durante la mia ultima partita, l’arbitro mi chiese scusa, perché sapeva che ci tenevo. Ma era meritato, mi avevano lasciato solo là dietro e io ne dovevo tenere due.Come divenne amico di Di Stefano?
Fu nel 1956, durante una tournée in Venezuela con Real Madrid, Porto e Vasco da Gama. Stavamo nello stesso albergo, alla mensa ci davano il minestrone. Il nostro massaggiatore Cerretti portò da Roma un sacchetto di Grana Padano per usarlo durante i pasti. Di Stefano dal tavolo del Real Madrid vedeva che mettevamo il formaggio sulla minestra, mi si avvicinò e mi disse: “Cos’è quello?”. Glielo feci assaggiare e mi chiese come poterlo avere a casa. “Dammi il tuo indirizzo e te lo spedisco”, dissi io. E gli mandai una forma di Grana. Da quel giorno diventammo amici. Lui è uno dei più grandi giocatori mai esistiti, un simbolo di un calcio ormai andato.
Pubblicato su Gioco Pulito il 13 ottobre 2016
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Che fine hanno fatto i compagni di giovanili di Totti?
“Zero a zero” è un film documentario diretto da Paolo Geremei. Racconta le storie di tre promettenti talenti delle giovanili romaniste nati nel 1977. Un anno dopo Totti, con il quale hanno condiviso alcuni anni in maglia giallorossa.
Sono le storie di tre giovani campioni, promesse del calcio il cui destino di gloria sembrava segnato. Storie che, per motivi differenti, sono andate diversamente da come ci si aspettava e che insieme narrano una sorta di anti-storia del calcio: quello che poteva essere e non è stato, le vicende umane di chi al calcio ha regalato la propria giovinezza per poi scoprire che non era quella la sua strada. In questa intervista, il regista Paolo Geremei risponde ad alcune domande sul suo film, che sarà distribuito per la prima volta in DVD dal 10 settembre in edicola.
- Daniele Rossi, attaccante, nel 1993 segnò il goal-scudetto con gli Allievi Nazionaligiallorossi. Davanti faceva coppia con Francesco Totti. Nella finale contro il Milan il numero 10 sulle spalle lo aveva lui. Oggi lavora in una pizzeria di Testaccio e allena una squadra giovanile.
- Marco Caterini era il portiere della Nazionale Under 16. Nel 1992 aveva giocato a Wembley in un’amichevole contro l’Inghilterra. All’Europeo di categoria del 1993 era partito titolare, con Buffon in panchina. Oggi fa il geometra e, ogni tanto, pensa ancora alla sua carriera che non ha preso il volo.
- Andrea Giulii Capponi era invece il portiere della Nazionale Under 17. È andato in trasferta con la Roma a Madrid e poi in ritiro con Carlo Mazzone. Dopo aver giocato nel calcio dilettantistico, oggi prepara i portieri della Lazio.
Paolo, come mai hai scelto di raccontare l’altra faccia della medaglia del mondo del calcio?
Non sono partito dall’idea di parlare di calcio. Sono partito da queste storie, che secondo me meritavano di essere raccontate, al di là della mia passione per il pallone. Non le ho raccontate da esperto di calcio, ma da curioso, facendo spesso domande semplici, che avrebbe fatto chiunque. Ho iniziato a girare non sapendo assolutamente dove saremmo andati a finire. Penso che alla base della buona riuscita del film c’è il rapporto di totale sincerità che si è instaurato con i tre ex calciatori.

Al giorno d’oggi siamo bombardati di notizie sul calcio, è ormai difficile cogliere il lato umano dei calciatori, distinguere la loro immagine pubblica dalla loro personalità. Tu sei entrato in stretto contatto con tre ex potenziali campioni. Se le loro carriere fossero andati per il verso giusto, forse non si sarebbero mai aperti così. Ti ha fatto effetto?
Probabilmente avrebbero sviluppato caratteri un po’ differenti, ma ho conosciuto tre persone talmente splendide che forse sarebbe cambiato solo l’atteggiamento, mentre la loro sostanza sarebbe stata la stessa.
Il recente abbandono del giovane laziale Cardelli ci dà spunti su cui ragionare: ha accusato il sistema-calcio delle giovanili di essere “esterofilo” e di non favorire la crescita di talenti italiani. Ma soprattutto svela quanto i club possano essere spietati verso i proprio giovani. Qual è il sentimento dei tre atleti verso il club in cui hanno giocato, la Roma?
Andrebbe chiesto a loro ed è un tema ovviamente delicato. Comunque, a posteriori, sono contenti di aver fatto ciò che hanno fatto, soprattutto Caterini e Rossi. Sono coscienti di aver avuto di aver vissuto emozioni forti e momenti che chiunque sognerebbe, di aver avuto allenatori fantastici e di aver giocato al fianco di grandi giocatori. Ciò gli permette anche di pensare alla carriera da allenatore. Se poi hanno del rancore verso qualche dirigente o procuratore è un qualcosa che va al di là di questo.
La tua opera va contro la retorica comune secondo cui “se insegui i tuoi sogni ce la farai”. Il film ci dice: se qualcosa va storto e non dipende da te puoi anche non farcela. Forse aiuta ad affrontare in maniera positiva il venir meno di un sogno, è così?
Aiuta sicuramente e credo che questo sia un aspetto molto importante. Sia per i ragazzi, sia soprattutto giocatori e allenatori. Penso che il film abbia una forte valenza pedagogica: insegna come approcciarsi al calcio e in generale ai propri sogni. Ma forse bisogna essere un po’ maturi per comprenderlo bene, ad esempio dei ragazzini di 14 anni dopo averlo visto hanno detto: “Tanto a me non succede, io ce la faccio”. È stato quasi un rifiuto. È invece molto utile che lo vedano genitori e allenatori proprio per saper aiutare tutti quei ragazzi il cui sogno di divenire calciatore non si realizza.
È vero che da un lato il film insegna che la carriera si potrebbe interrompere per motivi non dipendenti dal giovane calciatore, ma dall’altro sprona a dar tutto e a far sempre meglio. Ad esempio il padre di un giocatore spiega come il figlio fosse totalmente cosciente della sua bravura, tanto da poter scongiurare qualsiasi cessione a club minori. Ma le carriere calcistiche sono determinate da moltissimi fattori alieni a ciò che succede sul campo, è proprio per questo che in allenamento e in partita bisogna sempre cercare di superarsi. Bisogna conquistarsi anche ciò che si ritiene dovuto.
Rossi allena, Capponi prepara i portieri, Caterini ha giocato in categorie minori. Così come una miriade di ex giocatori si re-inventa in ruoli più o meno importanti nel calcio. Perché è così difficile lasciare del tutto il mondo del pallone?
Forse è difficile, ma loro vogliono allenare. Più che stare nel mondo del calcio, vogliono proprio il contatto col pallone, col campo, coi bambini. Ma ovviamente, in generale, è difficilissimo rinunciare al calcio: immagina un giovane calciatore che ha sacrificato tutta la propria vita allenandosi, senza aver proseguito gli studi. È normale che quando svanisce il sogno di divenire calciatore sia difficile rimboccarsi le maniche pensare al “piano B”. Ancor di più quando sei a un passo dall’affermazione in un grande club come la Roma. Secondo me questo rende i tre ragazzi del film ancora più eroici, perché si sono rialzati da questa delusione, dopo aver giocato a Wembley, in Nazionale o al fianco di Totti.
Cosa hanno da insegnare queste tre persone ai giovani calciatori?
Oltre alla grande competenza tecnica che hanno sviluppato nel corso della loro carriera, possono insegnare l’atteggiamento giusto verso il calcio. Forse più che gli attuali calciatori, a parlare di calcio nelle scuole ci dovrebbero andare persone come loro.
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Intervista a Simone Perrotta: “Serve il professionismo per il calcio femminile”
Nell’ambito del Festival del Calcio Solidale avevamo intervistato Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione Italiana Calciatori. Oggi incontriamo Simone Perrotta, rieletto consigliere federale AIC, con il quale abbiamo modo di discutere su alcuni degli argomenti che hanno animato il festival.
Simone, anche tu, come Tommasi, credi che il calcio della solidarietà e dell’integrazione, così come quello della partecipazione attiva e dell’azionariato diffuso, non abbiano bisogno dell’esposizione mediatica della Serie A?
Se questo tipo di sport ai media interessa poco, a noi come Assocalciatori interessa molto, perché sappiamo che alla base del calcio ci devono essere dei valori. È vero che dalla punta della piramide, ovvero dal calcio mainstream, vengono trasmessi anche messaggi negativi, ma è un altro discorso. Noi dobbiamo lavorare sulla base, sui bambini, trasmettendo valori come quelli della competizione sana, dell’integrazione. Come AIC siamo molto vicini a questi temi.
All’estero ci sono club con molto seguito che sono gestiti direttamente dai tifosi: penso a squadre come il Portsmouth, lo United of Manchester, il Wimbledon e quasi tutte le squadre della Bundesliga. Ci sono inoltre società possedute da piccoli azionisti che hanno scelto modelli economicamente sostenibili, come l’Eibar nella massima serie Spagnola. In Italia queste esperienze stanno trovando terreno abbastanza fertile nel dilettantismo, ma stentano ad affermarsi nel cosiddetto calcio che conta. Perché secondo te?Fa comodo che il potere sia concentrato in un’unica persona. Questo discorso va di pari passo a quello sul perché in Italia non si riescono a fare progetti sportivi a lungo termine. I presidenti vogliono i soldi oggi, anzi li “vogliono ieri”, e pensano solo al presente. Onestamente i modelli di gestione di cui parli tu li vedo difficili da realizzare qui in Italia, almeno al momento, perché qui l’imperativo è quello di vincere subito e quindi i progetti che partono dal basso non hanno né tempo né risorse per lavorare in un certo modo. Deve prima cambiare la cultura sportiva e il modo di intendere il calcio.
Quali provvedimenti vanno presi per debellare il calcio-scommesse?
È un tema molto delicato, perché soprattutto nelle serie inferiori ci sono realtà in cui i compensi sono minimi o nulli. In queste crepe di malagestione si infiltrano società che non stenterei a definire mafiose, che vanno a corrompere i ragazzi per fargli fare quello che leggiamo spesso sui giornali. Si torna al discorso di prima: ci vuole un’etica sportiva che contribuisca a diminuire queste pratiche ed è per questo che lavoriamo alla base della piramide.
È assurdo che le calciatrici in Italia non possano accedere al professionismo e debbano per forza fare un secondo lavoro: come si risolve questa situazione?
Rendendole professioniste. Facendo una lega femminile che non sia sotto il controllo della Lega Nazionale Dilettanti. In paesi a noi vicini il calcio femminile è molto avanti, mentre noi siamo un po’ indietro, anche se lentamente pure il nostro movimento sta crescendo. Ma anche le altre istituzioni devono avere questo desiderio di far crescere il calcio femminile.Due cose che importeresti dai campionati esteri e due cose che esporteresti.
Non credo che si possa importare quello che vorrei vedere, cioè gli stadi pieni della Germania e dell’Inghilterra, oltre al tifo che è sempre a favore e quasi mai contro. Da esportare noi abbiamo la passione dei tifosi, soprattutto nei paesi in cui la cultura calcistica è meno forte. Sulla seconda cosa da esportare, se escludiamo i calciatori, onestamente non saprei….
Tommasi ha risposto la cultura del bello, in campo come nelle arti.
Ah, ma così non vale! Ha messo i calciatori, ha fatto il paraculo! Allora, mi associo a lui.
Pubblicato su Gioco Pulito il 31 maggio 2016
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